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apologia pro scripta mea: #03

03/08/2013 di NayaN

Doriana era un ciclone: non correvi mai il rischio di beccarla intenta nell’antichissima arte del non fare un cazzo. Sempre in giro tra ristoranti, discoteche, pub e circoli; iscritta a decine di siti d’incontri on-line, frequentatrice abituale di palestre e provetta ballerina di merengue. Lei era quella che riempiva le feste con gente raccattata qua e là, quella che organizzava malsane uscite a quattro e improbabili incontri al buio. Cambiava partner alla stessa velocità con cui comprava i Gratta & Vinci. E ogni dieci scopate da urlo, lei vinceva lo sfigato di turno, quello che non sono tipo da provarci la prima sera e nemmeno la seconda, ma in compenso le si appiccicava addosso come un insetto su una carta moschicida; e lei provava puntualmente a rifilarlo a qualche conoscente in cerca del principe azzurro. Gli uomini per bene l’annoiavano. E dopo la mia disastrosa esperienza con Paolo, non me la sentivo di darle tutti i torti.
«Io salgo» dissi guardando l’orologio. «Vado a finire un lavoro perché oggi devo uscire prima.»
«Hai appuntamento con l’avvocato?» mi chiese Nico.
Nicola era l’unico a cui avevo raccontato di Paolo, visto che quando ricevetti la chiamata dalla CNT per il colloquio io e l’amorfo eravamo già sul punto di non ritorno. Le mie colleghe non sapevano nemmeno chi fosse, per loro fortuna. E anche mia.
«No, con Johnny Depp» replicai.
«Oh, io dovrei andare a trovare un fornitore ma, se vuoi, ti accompagno, per Johnny uno strappo potrei pure farlo…» s’intromise Doriana.
«No, tranquilla: per stavolta mi sacrificherò da sola.»
«A proposito, avevo per le mani un tizio che sarebbe stato perfetto per te, sai Elena? Uno che ho conosciuto in ascensore, da un fornitore. Però l’ho già sistemato!» concluse ridendo.
E m’inquietò. Perché quando Doriana diceva di avere qualcuno per me, e ci aggiungeva una bella risatina del cazzo, poteva significare solo due cose: o era un moscio senza speranze di recupero oppure un ragazzino inesperto da imbarcare su una nave scuola.
«Non voglio sapere altro, Dori, per carità!» le dissi portandomi le mani sulle orecchie. «Devo ancora smaltire il ricordo dell’ultimo che hai provato a rifilarmi. Anzi, credo proprio che non me lo dimenticherò mai.»
L’ultimo in questione era un certo Davide, cugino di un tizio che Doriana aveva rimorchiato in un pub e che era stato oggetto di una disastrosa uscita a quattro con la sottoscritta. I presupposti non erano nemmeno male: quel Davide era un bel biondino, occhi chiari e aria furbetta, uno di quelli con l’espressione se ti prendo ti rigiro come un calzino. Peccato che Dori avesse casualmente omesso di dirmi che questo Davide aveva ventidue anni, mentre Alberto, il cugino che s’era tenuta per lei, trentuno. Poco male, pensai quando durante quella cena lo seppi dal diretto interessato, carne fresca. E poi Doriana, che era una che certe cose le sapeva, diceva sempre che con quelli
giovani ci perdevi un po’ in qualità ma ci guadagnavi in quantità.
Al ristorante, però, iniziai avere qualche dubbio anche sugli ipotetici vantaggi della quantità, perché Davide parlava solo di dove andava con suo cugino, e chi frequentava con suo cugino, e le vacanze in Trentino con suo cugino, e la ragazza dell’oratorio che aveva conosciuto tramite suo cugino… mentre suo cugino, perso a guardare le labbra di Dori immaginando, credo, pompini da porno di prim’ordine, lo ignorava completamente.
Così, a fine serata, mentre l’auto di Alberto dondolava come se si trovasse sull’epicentro di un terremoto, io mi ritrovai in una Opel Corsa che puzzava di Arbre Magique alla lavanda con quella tristezza travestita da ventiduenne, che mi lasciava due litri di bava su collo e provava a infilarmi le mani dappertutto tranne dove avrebbe dovuto.
Dopo una mezzora abbondante di sbavate e grugniti, ero eccitata quanto un cartone lasciato a marcire sotto la pioggia.
«Senti, scusa…» gli dissi a un certo punto allontanandolo dalla scollatura, «…ma così non ce la faccio proprio, eh.»
Davide si accasciò sul sedile e rimase in silenzio per interminabili minuti; mi sentii davvero una stronza e capii che era il momento di far parlare Elena 2.0.
«Non volevo offenderti, scusami… probabilmente sono io il problema, magari la differenza d’età. Sai, in fondo ho quasi dieci anni più di te…»
Mollami però, eh. Ora, da bravo, sposta le mani dalle mie tette al tuo volante, metti in moto e riportami a casa, scalpitava la vecchia Elena.
Davide non rispose. Fu solo allora che divenni preda di un terribile dubbio che mi fece rabbrividire.
«Davide?»
Silenzio.
«Mica sarai vergine, vero?»
Silenzio.
Fui io, in quel momento, ad accasciarmi sul sedile.
«Ma Cristo, potevi dirmelo!»
«Certo, perché se te l’avessi detto, saresti uscita con me…»
«Certo che no!» rispose d’istinto Elena 1.0 prima che la 2.0 riuscisse a frenarla.
Silenzio.
Capii che per Davide la fatidica prima volta era diventata un’ossessione, un dente da togliere in qualunque modo. Credo che, in fondo, non gli piacessi nemmeno: ero semplicemente una donna e, in quanto tale avevo quanto gli serviva.
E così ce ne tornammo mestamente a casa: io con un reggiseno da trentaquattro euro da buttare e una gran voglia di prendere a pugni Doriana, e lui con l’orgoglio sotto le suole delle Adidas e una solenne incazzatura per non essere riuscito, per l’ennesima volta, a trovare la dentista giusta.
«Oh, Lella!» la mano di Nico sul braccio mi scosse dal torpore di quel ricordo che ancora mi faceva rabbrividire. «Ti sei incantata? Non te ne dovevi andare?»
E dopo aver fatto l’ennesima fila della giornata per lasciare il vassoio sui carrelli, me ne tornai nella mia gelida stanzetta, ignara del fatto che quella giornata mi avrebbe riservato ancora molte sorprese.

Enrica Aragona, Potevate anche dirmelo! Sesat Edizioni – 2013

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