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apologia pro scripta mea: #02

04/07/2013 di NayaN

Il venerdì sera, quando ormai ero convinta che non si sarebbe più fatto sentire, tornando dall’ufficio lo trovai ad aspettarmi fuori casa. Era fermo all’interno della sua automobile.
«Cosa vuoi?» gli dissi con la voce più arrabbiata che riuscii a tirare fuori.
«Sali» rispose aprendo lo sportello.
Avrei dovuto mandarlo al diavolo, girare i tacchi ed entrare in casa. Invece montai in macchina senza dire una parola.
Si diresse fuori città, imboccando la strada del mare. Vedevo correre via veloci le sterpaglie ingiallite dal caldo, i ragazzi sui motorini, i pini rinsecchiti che alzavano i rami al cielo a implorare pioggia. Durante il tragitto Alex stroncò sul nascere qualunque tentativo di dialogo.
«Ne parliamo dopo, Laura. Dopo» ripeteva meccanicamente a ogni mia domanda.
«Dopo quando? Io voglio saperlo adesso, di Beatrice, di te, di voi, di noi… dove sei stato in questi giorni? Perché non ti sei degnato nemmeno di fare una telefonata?»
«Ti ho detto che ne parliamo dopo.»
Ma non ne avremmo mai più parlato.
Abbassai il finestrino per fumare. Ero talmente nervosa che la sigaretta mi cadde due volte dalle mani prima di riuscire ad accenderla.
L‟auto di Alex lasciò la strada asfaltata per imboccare uno sterrato. Percorremmo poche centinaia di metri, mentre il sole iniziava a sparire inghiottito dal mare, e ci fermammo in una radura all’interno della pineta. Mi sentii catapultata indietro di dieci anni: d’improvviso tornai adolescente e marinavo la scuola per andare al mare con quel ragazzo, per nasconderci agli occhi indiscreti e rubare un po’ di quell’amore aspro che l’età ci offriva. Ma in quelle occasioni mi sentivo importante, protagonista di ciò che facevo. Con Alex no.
Senza dire nulla, si sbottonò i pantaloni, se lo tirò fuori dai boxer e iniziò a toccarsi; io lo guardavo incredula senza riuscire a dire una parola.
Il suo sesso era il più bello che avessi mai visto: dritto, fiero, dalle proporzioni armoniose. Nella luce aranciata di quel tramonto, splendeva come uno scettro in mano a un re, tanto bello quanto crudele. Abbassai la testa, pronta a rivestire i panni che Aleksandar mi stava lentamente cucendo addosso, ma mi bloccò, tirandomi indietro.
«Devi solo guardare» mi disse infilandomi quegli occhi neri e scintillanti dritti nell’anima.
Continuò a far correre la mano per minuti interminabili, finché venne, sospirando a denti stretti, incurante di sporcarsi boxer e pantaloni. Poi, una volta finito, si rivestì, mise in moto la macchina e mi riportò a casa.
Mentre stavo scendendo dall’auto, senza aver ancora capito se fossi arrabbiata, eccitata o delusa, mi sentii strattonare. Pensai che mi avrebbe baciata, che mi avrebbe chiesto di salire a casa mia per terminare quello che aveva iniziato da solo.
Niente di tutto questo.
«Ridammi l’anello, Laura.»

Enrica Aragona, sono quello che vuoi. La Gru – 2012

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