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apologia pro scripta mea: #01

03/07/2013 di NayaN

Per una come me, che da sempre aveva riempito i propri vuoti abbuffandosi di qualunque schifezza, stare lontana dal cibo era la cosa più difficile del mondo. Così ricominciai a mangiare, e il mio corpo mi restituì quei venti chili con gli interessi.
Ma non avevo nessuna intenzione di smettere, il cibo era l’unica cosa che mi dava soddisfazione. Rimpinzandomi mi sentivo appagata; ingurgitavo calorie e grassi convinta di compensare tutto l’amore che mi mancava. Poi correvo in bagno a specchiarmi nell’acqua del gabinetto, m’infilavo due dita in gola e tutto quell’amore lo lasciavo scivolare nelle fogne, ritrovandomi più vuota di prima.
Con la cura del vomito persi i primi dieci chili in un paio di mesi. Non mi sembrava vero, ero al settimo cielo. Il problema più grosso fu proprio questo: all’inizio funzionava tutto, mi sentivo in paradiso e non mi rendevo conto che in realtà avevo imboccato la discesa verso l’inferno. Perché non è vero che puoi smettere quando vuoi, quella è una balla che si raccontano i drogati per non affrontare la realtà. E io ero una drogata. Ma anziché iniettarmi qualcosa nelle vene me lo infilavo in bocca e lo espellevo dallo stomaco e dall’intestino, grazie ai lassativi che prendevo in quantità industriale e che mi provocavano terribili crisi di dissenteria in cui arrivavo a cagare solo sangue.
Mi chiesi spesso come fosse possibile ridursi in quel modo. Una larva, un surrogato umano che di umano non aveva più nemmeno l’odore. Mi chiesi come fosse possibile trascorrere intere giornate con l’unico obiettivo di abbuffarsi per poi vomitare tutto. Come fosse possibile vivere sdraiata sul letto a guardare il soffitto. La risposta che mi davo era sempre la stessa: ero sola.
Mio padre se ne fregava; nelle rarissime volte in cui si degnava di venirmi a trovare era persino contento di vedere che stavo dimagrendo, senza preoccuparsi della pelle che s’ingialliva, dei denti che si cariavano, dei capelli che cadevano, degli occhi che s’infossavano.
A ventisei anni, degli oltre cento chili che mi avevano riempito la vita per due decenni, ne rimanevano una quarantina scarsi. E quando sull’autobus arrivai a cagarmi nei pantaloni, costringendo una vecchietta a viaggiare in piedi pur di non starmi vicina, decisi che era il momento di farla finita.

Enrica Aragona, Io che non ero come lei. L’Erudita Editrice – 2013

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