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Il macrocosmo della microeditoria: cronaca di una disillusione.

09/05/2013 di NayaN

So che con tutta probabilità con questo post mi attirerò le antipatie di molti, soprattutto di quelli che dovrei tenermi buoni – considerata la mia insana passione per la scrittura – ma è troppo che mi frulla in testa questo pensiero e poi, diciamoci la verità, è qualche tempo che non litigo con qualcuno e un po’ mi manca il brivido del flame. Capisco anche che nel mondo ci siano tanti problemi che meriterebbero la mia attenzione, ma in finale ‘sti cazzi.

Premetto che questo post sarà troppo lungo e troppo specifico, quindi se non avete voglia di leggere le lamentele di un’acida attaccabrighe pseudo-scrittrice-emergente passate oltre.

Premetto anche che la mia non vuole essere una polemica, né un puntare il dito contro qualcuno in particolare, ma esclusivamente una considerazione generale basata sulla mia ormai pluriennale esperienza con il mondo delle case editrici, sia quelle che ho frequentato direttamente come autrice, sia quelle che ho bazzicato come lettrice e critica. Esperienza dettata anche dall’anno e mezzo di Mondoscrittura, che mi ha infilata ancora più a fondo nelle dinamiche editoriali, facendomi conoscere i costi di realizzazione di un libro e le difficoltà degli editori. Ed è anche necessario specificare che quello che dirò in questo articolo non è riferito in maniera specifica ai tre editori con cui ho pubblicato, ma soprattutto all’esperienza globale che ho della microeditoria anche grazie alla vicinanza e alla conoscenza con altri autori emergenti.

Premetto infine che forse mi sto facendo un sacco di pippe mentali perché questo post non lo leggerà nessuno, ma ‘sti cazzi.

Con questo intervento vorrei rispondere ad alcune domande, ma soprattutto a una: cosa ci guadagna una persona con la passione per la scrittura a pubblicare il proprio libro con un microeditore?

Ho pubblicato tre libri negli ultimi due anni, con tre case editrici diverse (ovviamente senza contributo, ma spero che questo sia superfluo specificarlo). Senza offesa credo di poterle definire piccole case editrici, dove per piccole s’intende conosciute quasi esclusivamente nell’ambito ristretto degli aspiranti scrittori. Sono quelle case editrici che in libreria non ci arrivano se non su ordinazione – a volte nemmeno su così – quelle che fanno fatica a evadere un ordine su un bookstore on line e che vendono principalmente tramite canali secondari, come il proprio sito o le presentazioni live, che fanno promozione – quando la fanno – esclusivamente on line, di nuovo sul proprio sito o magari su Facebook e/o altri social, quelle che quando qualcuno ti chiede “con chi hai pubblicato?” nell’ascoltare la risposta fanno la faccia perplessa di chi quel nome non lo ha manco mai sentito.
Non voglio parlare in termini numerici troppo specifici perché per farlo avrei bisogno di dati concreti che al momento non ho, ma in linea generale diciamo che se sei molto fortunato, pubblicando con questi editori puoi sperare di arrivare a vendere qualche centinaio di copie. Diciamo pure che può considerarsi un successo insperato vendere 300 copie, così forse circoscriviamo un po’ di più la faccenda. 

Per chi non lo sapesse, l’introito per l’autore oscilla tra il 5 e il 10% sul prezzo di copertina al netto delle tasse per ogni singola copia. Consideriamo dunque un 7% di media e facciamo due conti: prendiamo un volume venduto a 14 euro, all’autore vanno in tasca circa 80 centesimi a copia. Meno di un euro, dunque. Supponiamo di rientrare nella media dei non-particolarmente-fortunati e vendere un centinaio di copie, quanto guadagna l’aspirante scrittore? Circa un’ottantina di euro, o poco meno. Quindi la prima risposta alla domanda “cosa ci guadagna una persona con la passione per la scrittura a pubblicare il proprio libro con un microeditore?” di sicuro non è “i soldi”.

Prima di analizzare gli altri aspetti della questione però ho un’altra domanda: quanto guadagna l’editore? La risposta è: dipende. Dipende da come si muove, da come si promuove ma soprattutto da come si distribuisce. E sì, perché uno dei motivi per cui la microeditoria non arriva in libreria, oltre all’ormai noto ostruzionismo dei librai, è il costo esorbitante della distribuzione. Affidarsi a un distributore significa investire in media il 60% del prezzo di copertina in un’incognita, perché anche avendo un bravo distributore, non è detto che le copie che arriveranno in libreria saranno effettivamente vendute. A quel punto bisognerà considerare i costi di rientro dell’invenduto con annessi e connessi. Prima di arrivare alla distribuzione, ci sono da considerare i costi di stampa e di assegnazione del codice ISBN. Se poi l’editore non è solo ma si avvale di qualche volenteroso collaboratore che si occupa di editing, impaginazione, correzione di bozza – il curatore editoriale e l’editor spesso coincidono – nelle uscite andrà considerato anche il compenso di quest’ultimo, oltre agli eventuali costi per l’affitto dei locali in cui opera ecc…ecc…

Quindi, riassumendo, il microeditore non può permettersi di essere distribuito in maniera capillare, perché non solo non guadagna nulla, ma rischia persino di rimetterci di tasca propria. Come fa dunque a vendere? Magari partecipa alle fiere, locali e/o nazionali, ma più spesso punta alla promozione social & affini, con la speranza che l’autore ci metta del suo autopromuovendosi tramite blog et similia. Il che potrebbe anche andarmi bene, fino a un certo punto. Non mi va più bene quando l’autopromozione diventa una marchetta: troppe volte mi sono sentita dire “cerchiamo autori che s’impegnino a promuoversi, che credano nelle proprie potenzialità e siano disponibili a sbattersi per far conoscere il proprio libro”. Chiariamoci: che s’intende quando si parla di autori volenterosi? Perché sperare che un autore porti alla presentazione del suo libro una ventina di amici a cui l’editore può vendere il testo, non è “essere volenterosi”, è una schifezza squallida e meschina. Perché questo è il lavoro dell’editore, non quello dello scrittore. Il fatto è che ormai ci hanno talmente abituati a considerare la pubblicazione come “un regalo”, che abbiamo perso di vista il fatto che non è per niente così. La pubblicazione non è un regalo che l’editore fa allo scrittore, è un investimento che l’editore – cioè l’imprenditore – decide di fare. E l’impresa comporta sempre e comunque un rischio, un rischio che se non si è in grado di correre, non si fa l’imprenditore. Lo scrittore NON è il cliente dell’editore, semmai è il suo fornitore, perché se non ci fossero gli scrittori che vendono a tutti gli effetti i propri prodotti agli editori, questi ultimi cosa venderebbero ai propri clienti?

Altro punto dolente: le recensioni. D’accordo, è vero, le recensioni non servono a un cazzo, non fanno vendere e non cambiano la vita dell’emergente. Ma nella totale desolazione dell’attuale panorama perché non provarci nemmeno? Perché tra un romanzo recensito in rete e un romanzo non recensito in rete, forse il primo ha qualche possibilità in più di essere venduto rispetto al secondo, no? Fossero anche magari dieci copie, o magari una sola, perché precludersi a priori questa possibilità, specialmente oggi che è sufficiente mandare al critico una copia digitale del romanzo azzerando le spese di viaggio e produzione? E poi a questi poveri autori, che già hanno poche gratificazioni, vogliamo privarli pure della soddisfazione di ricevere una bella recensione?

Un altro punto a sfavore della microeditoria è l’incompetenza. Oggi si ritiene che si possa diventare editori dalla sera alla mattina, che chiunque possa aprirsi una partita iva e tirare su una casa editrice. E i risultati si vedono: più di una volta mi è capitato di confrontarmi con pseudoeditori incapaci di scrivere un’e-mail in un italiano corretto, più di una volta mi è capitato di ricevere valutazioni senza capo né coda, giudizi totalmente campati in aria emessi chiaramente da chi in vita sua di libri ne aveva letti davvero pochi.

All’incompetenza spesso si associano l’arroganza e la presunzione; come già detto, ormai la pubblicazione viene vista come un favore che l’editore fa allo scrittore. Per questo spesso l’editore si sente in diritto di assumere posizioni quanto meno discutibili nei confronti dell’autore e del suo universo. Perché non dimentichiamoci che un microeditore non si può MAI criticare! Scherziamo? Non vi sognate di fargli notare che i suoi libri sono inconcludenti, scritti in maniera approssimativa, con trame bucate da tutte le parti e talmente malfatti che persino l’impaginatore di Word avrebbe saputo fare di meglio, perché vi si scaglierà contro dicendo che voi lo state infangando, che gli rovinate l’immagine, che le sue vendite crolleranno a causa della vostra immotivata recensione negativa (ma come? Quando le chiede l’autore le recensioni non servono a niente, non fanno vendere, sono inutili…). Perché il microeditore è l’unica categoria che non si può criticare a prescindere: lui è il Redentore dei poveri autori esordienti che altrimenti non verrebbero cagati da nessuno, per questo non è passibile di giudizi negativi. Possiamo parlare con la nostra vicina di casa di quanto facciano schifo le mele del fruttivendolo all’angolo. Possiamo lamentarci dei disservizi della Telecom, dell’Acea, di chiunque, possiamo urlarli ai quattro venti e nessuno ci dirà mai niente. Ma non possiamo assolutamente criticare il lavoro (pessimo) di un microeditore sui nostri blog. E in tempi in cui persino i giudici avallano allucinanti teorie complottistiche dei blogger, teorie prive di fondamento e leggermente incostituzionali, è davvero meglio stare attenti.

Quindi abbiamo: zero o quasi possibilità di vendere, zero o quasi possibilità di farsi conoscere, zero o quasi possibilità di imparare qualcosa dal proprio editore e/o dai suoi collaboratori. Dunque finora dal mio resoconto non sono emersi molti elementi a favore della pubblicazione con un microeditore.

Si potrebbe obiettare che la pubblicazione con un microeditore possa essere un trampolino di lancio verso una big dell’editoria. Cazzate. Nessuna major va a spulciarsi i cataloghi dei microeditori in cerca del novello Giordano o della nuova Avallone, queste sono leggende metropolitane. Soprattutto perché la maggior parte dei microeditori punta alla quantità più che alla qualità, e trovare qualcosa di veramente valido tra centinaia di titoli sfornati a una velocità impressionante è praticamente impossibile. Perché – lo dico fuori dai denti – purtroppo l’indotto di molti microeditori è dato soprattutto da parenti e amici dell’autore. Alla fine, pubblicando qualche titolo al mese, avendo qualche autore che garantisce almeno una cinquantina di copie vendute tra amici, parenti, colleghi e conoscenti, il microeditore tira fuori lo stipendio e sopravvive. Triste eh, e per fortuna non universale, ma è una realtà che esiste e che è molto, ma molto più diffusa di ciò che si crede. 

Dunque perché pubblicare con un microeditore? Solo per poter dire “ho pubblicato”? Solo per vedere il proprio nome sul frontespizio di un prodotto chiamato libro? Solo – a conti fatti – per soddisfare il proprio ego? Magari va bene all’inizio. Perché all’inizio sei contento, sei speranzoso, sei entusiasta ed eccitato. Ma dopo un po’ il tuo ego inizierà a chiederti qualcosina di più, perché si abituerà a vedere il tuo nome sul frontespizio e capirà che non serve a un cazzo di niente.

Si arriva a una major? No. A meno che non si abbia qualcuno alle spalle. A meno che non si abbia un culo enorme. No, non enorme, spropositato. Il culo di trovare un agente serio che riesca a infilarti da qualche parte. E se arrivo a una major divento famoso? No. Pensate che Mondadori pubblichi solo Giordano? O che Rizzoli pubblichi solo la Avallone? Sapete quanti autori sconosciuti ci sono tra le fila delle major? Arrivare a una major è sicuramente una cosa molto, ma molto positiva, ma da qui a diventare famosi ce ne passa di acqua sotto i ponti. Ce ne passa talmente tanta che si può pure affogare. E quando arrivi a un certo punto e sei stanco di annaspare per restare a galla, puoi pure decidere di mandare tutti a quel paese e aprire gli occhi.

Lo so, questo resoconto potrebbe apparire pessimistico e fastidioso ai più, ma sono sicura che se fate le stesse domande a dieci autori emergenti che hanno almeno due titoli alle spalle, le risposte non si discosteranno poi molto dalle mie.

Ad maiora.

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