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[BLOGNOVEL] Alice nel Paese delle paranoie, cap. VIII

10/04/2013 di NayaN

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Che rabbia!
Erano anni che aspettavo di sapere la verità su Adelio Moroni e mi ritrovo davanti un vecchio piagnucoloso. A saperlo me ne restavo a casa, sai quanti vecchi piagnucolosi potevo trovare al bar dove vado a comprare il latte? Stanno sempre lì a lamentarsi… e la pensione, e i mezzi pubblici, e piove governo ladro… a proposito di governo: ora che ci penso, Oscar non mi ha mica detto chi c’è a capo del Governo di Aliciolandia… come faccio a sconfiggere il nemico se non so nemmeno chi mi è amico? Oh beh, poco male, lo scoprirò. Sono o non sono la padrona, qui? E poi cavolo, ci sarà da qualche parte qualche manifesto elettorale dove poter sbirciare qualcosina, no? Dunque, vediamo… per un futuro vincente, vota Franco Sonsi presidente… oh, cacchio!
Presidente mio! – piagnucolo abbracciando la colonna dipinta di giallorosso su cui è attaccato il manifesto – Senza di te non è più la stessa cosa! Certo… tua figlia ha fatto il possibile eh, ma che vuoi che poteva fare lei in un mondo marcio come quello? Eh, poi sai, l’hanno tanto criticata perché era serva del potere, perché faceva il gioco dei potenti fregandosene di noi, non sai le cazzate… poi sono arrivati gli americani e altro che sbarco in Normandia, quelli nemmeno il lunario riescono a sbarcare… vogliono fare lo stadio, ci hanno portati a Disneyland a fare le foto con Topolino, ma io dico, vincere qualche partita prima no, eh? E meglio che non ti dica chi hanno scelto come allenatori, non vorrei che ti rivoltassi nella tomba! Ma no, che dico… qui nel mio mondo non sei morto, giusto?

Abbracciata alla colonna, sporgo la testa e mi accorgo di essere osservata da un moccioso vestito di tutto punto: camicia di seta infilata dentro un paio di pantaloni dalla piega perfetta, scarpe lucide e capello ingelatinato con ciuffetto ribelle. Avrà una ventina d’anni, a occhio e croce.
«Sei della Roma anche tu, eh?» mi chiede inclinando un po’ la testa e affondando le mani nelle tasche.
«Ovvio. Perché, qui c’è qualcuno che tifa per un’altra squadra?»
«Beh… in realtà qualcuno c’è. Anzi, c’era. Perché il comandante de Jarjayes appena ha scoperto i dissidenti, li ha obbligati a giurare eterna fedeltà ai colori oro e porpora. Il comandante le chiama “Le purghe”.»
«Ah, davvero?» chiedo ostentando indifferenza «E in cosa consisterebbe questa purga
«Essere avvolti in una bandiera giallorossa e recitare “Grazie Roma” tre volte di seguito inginocchiati di fronte a una gigantografia di Paulo Roberto Falcao. E dopo, giurare eterna fedeltà alla AS Roma nei secoli dei secoli. E se il purgato non vuole fare il giuramento finale, ricomincia da capo la recita finché non si converte.»
Non ho uno specchio di fronte, ma credo che il mio viso abbia appena assunto la stessa espressione che ho subito dopo un orgasmo multiplo. Ma non posso perdere l’aplomb proprio ora, non posso rischiare che il moccioso mi scopra. Però cavolo, l’ho instradata proprio bene alla francesina…
«Mi sembra ci siano cose molto più importanti a cui badare…» dico senza guardarlo in faccia.
Non credo di essere stata granché convincente, perché il ragazzino mi squadra da capo a piedi con sufficienza e scrolla le spalle.
«Non dirlo a me. Ma a quanto pare, il Padrone qui non tollera che si faccia il tifo per una squadra diversa dalla sua.»
«Deve essere un bel tipo, questo Padrone… tu sai per caso chi è?»
«Nah. Nessuno lo sa. È la regola.»
«Già, la regola. Ma in fondo dai, non vi è andata troppo male… pensa se il Padrone fosse stato della Lazio! Dove vi faceva inginocchiare, di fronte a Chinaglia? O forse Di Canio? No, aspetta, ci sono: inginocchiati in mezzo a un gregge di pecore con una bella caciotta in bocca!»
Mannaggia a me! Lo sapevo che non dovevo parlare degli sbiaditi, ora non posso fare a meno di ridere. Prima quasi sottovoce, poi sempre più forte, fino a dovermi accovacciare per l’impellente stimolo di fare pipì.
«Non ti ho mai vista qui» mi apostrofa il ragazzino «ma a quanto pare ti hanno già addestrata piuttosto bene.»
«Oh, piccoletto…» gli punto l’indice davanti al naso «guarda che a me non mi ha mai addestrata nessuno, chiaro? Io sono Alice, la pa… la paladina della giustizia, ecco, sì, della giustizia. E non mi rispondere con battute idiote tipo “e io sono il Cavaliere Nero” perché in un nanosecondo ti surclasserei con le mie freddure al vetriolo.»
Ma il moccioso non ha intenzione di intraprendere una guerra di freddure, anzi. Si rabbuia, il suo volto si incupisce e la sua espressione diventa lasciva.

«Alice, hai detto? Ti chiami come lei…»
«Lei chi?»
«Lei, la mia… amica. Solo un’amica. Anche lei è stata purgata. Era della Juventus, poverina. Le sono venute le vesciche sulle ginocchia perché proprio non voleva saperne di convertirsi.»
«Poverina un par di ciufoli! Le sta bene, così impara a tenere per quei ladri schifosi. Ehm, ascolta coso… ma calcio a parte, tu chi saresti?»
«Mattia.»
«Mattia… scusa sai, ma non mi sovviene nulla… ce l’hai un cognome?»
«Sì ma mi fa schifo.»
«E va beh, dimmelo lo stesso.»
«Mattia Balossino.»
«Ah, ecco. Sei uno dei numeri primi. Mi sembrava di scorgere una certa solitudine, infatti. E che ruolo avresti qui nel mio… cioè, in questo Paese?»
«Non vuoi sapere la storia mia e di Alice?»
«No, grazie.»
«E se io volessi raccontartela lo stesso?»
«Guarda, penso di conoscerla piuttosto bene. E poi scusa eh, ma che palle! Capisco l’autolesionismo da adolescenti, ma poi ci si dovrebbe svegliare, eh… e lei? Vogliamo parlare di lei? Va beh, sei zoppa, e allora? Ce lo vuoi far pesare per trecento e passa pagine? Mettiti una protesi, santo Cielo, e smettila di martellarci i coglioni!» mi viene istintivo voltargli le spalle, ma proprio non me la posso tenere… «Sai come le chiama mia madre quelle donne lì? Gatte morte. No, non è vero. In realtà le chiama fregne mosce, ecco. Ma dico, hai mai pensato che forse, e dico forse, la solitudine non c’entrasse niente? Che fosse lei a usarti e a tenerti lì buono buono ogni volta che ne aveva bisogno? Mattia? Oh, Mattia?»
Quando mi giro mi accorgo di aver parlato da sola per un bel pezzo. Lo stronzetto s’è dato alla fuga, e ci credo!
«La verità fa male, eh?» urlo al nulla che mi circonda, mentre un gatto nero attraversa la strada proprio di fronte a me. Non che io sia superstiziosa, ci mancherebbe. Però sapete, mi trovo in un mondo parallelo che non conosco, tra poche ore dovrò infiltrarmi in un’organizzazione criminosa della quale non so praticamente nulla e rischio la pellaccia… insomma, passerà qualcuno su questa cavolo di strada che possa annullare la sfiga del gattaccio, no? Tanto io mica ho fretta.
La la la…
Finché la barca va…
Voglio andar viaaaaa…
Questo è l’ombelico del mondooo…
Potevo portarmi almeno l’ipod però.

Okay, d’accordo, non ho fretta ma non posso stare tutto il giorno qui, diavolo! Ho una marea di persone da incontrare, magari potrei organizzare un bel party e invitarli tutti con la sola forza del pensiero, così almeno risparmio tempo… e poi ho lo stomaco che rumoreggia come un panzer sui sampietrini, perciò penso sia ora di cena ormai, e qui non passa un cane.
La la la…
“Dlin dlon – la signorina Alice è pregata di recarsi con urgenza a Palazzo Grandier – dlin dlon.”
Ma… che diavolo… da dove arriva questa voce? Eppure sono in mezzo alla strada, mica in un supermercato…
“Dlin dlon – la signorina Alice è pregata di non perdersi in stupidi pensieri – sì, li leggiamo – e recarsi con estrema urgenza a Palazzo Grandier – dlin dlon.”
E va bene, va bene! M’incammino! Cavolo, ma un minimo di privacy? E magari un po’ di rispetto per la padrona di tutta la baracca qui no, eh?
Okay, dai. Andiamo. Gatto nero o no, mi tocca. Aspetta, ecco un’automobile, finalmente! Minchia, dev’essere un pezzo grosso… guarda che macchina… dovrò emanare una legge per impedire di usare i vetri oscurati. Voglio vederci chiaro, io, nel mio mondo. E dovrò emanare una legge anche per non far circolare tipi come quello che è appena sceso, mamma mia che bestia… ma chi cavolo è? Sembra un… una specie di body guard…
Oh, ma che… che vuole ‘sto gorilla da me?
«Ehy! Ma che cazz… Lasciami! Mi fai male con quelle manone, lasciamiiii!»

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