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Il guaio dell’essere forte

09/03/2013 di NayaN

Ci sono tanti vantaggi nell’essere forti. Ci si ferisce raramente, e quando accade si guarisce più in fretta. Si passa sopra a molti drammi che all’esterno appaiono insormontabili. Si possono fare tante cose da soli, senza bisogno di conferme. Si sta bene con se stessi anche quando sembra impossibile. Si riesce a trovare soddisfazione anche dove sembra non essercene.

Il guaio di essere forti è che la gente pensa di poterti dire o fare qualunque cosa, che tanto tu non ne risentirai. Tanto tu hai un cuore di pietra e non ci starai male. Non ci rifletterai nemmeno: le parole che ti vengono dette ti trapassano come un fascio di luce, quindi inutile preoccuparsi di misurare ciò che ti viene detto. 

Io invece ci sto male, per questo mi sono chiesta spesso se io sia davvero una persona forte. Ad oggi non ho ancora una risposta. Di sicuro la consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie capacità spesso sono fuorvianti. La forza è solo una logica conseguenza dell’istinto di sopravvivenza. Non sempre si sceglie come essere, spesso si è costretti a essere in un certo modo. Ci si rannicchia dentro un involucro per proteggere quello che c’è dentro. E più il dentro è delicato, più l’involucro diventa pesante, fino a diventare difficile da scalfire. Cambiare non è mai facile, soprattutto quando senti di non averne bisogno.

Ho sofferto molto in questa vita, per tanti motivi che non tiro mai fuori per orgoglio, per paura, per chissà cosa. E quando mi ritrovo a piangere apparentemente senza motivo non credo sia solo colpa degli ormoni. Credo piuttosto che ogni tanto anche una persona sicura di sé abbia bisogno di lasciarsi andare. Forse proprio perché portare sulle spalle il peso del mondo senza poterlo condividere con nessuno è una cosa che sfibra, che lacera, che consuma lentamente.

Esistono persone che tutto questo non lo capiscono, forse non lo vogliono capire, forse non sono in grado di guardare oltre il proprio naso. Quelle che ti additano come sbagliata perché non sono capaci di concepire la diversità. Quelle che devono trovare all’esterno le conferme di cui hanno bisogno per sopravvivere. Quelle che non concepiscono che si possa star bene con se stessi anche senza sbandierare ai quattro venti quelli che ritengono i propri traguardi, i propri successi, e che in realtà sono inezie, piccolezze, gocce di niente. Quelle persone talmente piccole che hanno bisogno di infangarti, di affossarti, di sminuirti per sentirsi grandi. Quelle persone che non capiscono che affermarsi nel mondo non significa passare sopra tutto ciò che si ha intorno.

Potrei dire che non me ne frega niente, che mi sento superiore, che tutto ciò non mi tocca. Eppure non è così. Anch’io sto male, anch’io rifletto, anch’io – soprattutto io – mi metto in discussione. Troppo spesso, forse. Talmente spesso che la maggior parte delle volte mi sento inadeguata, mi sembra di non essere mai all’altezza, di non fare mai abbastanza. Ma cerco di non giudicare, e soprattutto non mi permetto mai di sindacare la vita di nessuno.

Non ho mai preteso che la gente mi capisse. Non ho mai chiesto a nessuno di seguirmi, tanto meno di vedere il mondo con i miei occhi. So quanto sia difficile condividere un percorso con me, qualunque esso sia, perché so dare tanto ma pretendo anche tanto. E chi decide di camminarmi a fianco deve sceglierlo in maniera consapevole, senza inganni, senza promesse, senza speranze. Per questo pulisco minuziosamente il mio involucro, giorno dopo giorno, lavoro per renderlo trasparente, affinché la gente che mi circonda, se vuole, riesca anche a vederci attraverso.

Chi non vuole, se ne può anche andare a fanculo. Non sentirò certamente la sua mancanza.

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