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è nato!

13/02/2013 di NayaN

Potevate anche dirmeloè nato giusto oggi il mio secondo romanzo. Disponibile solo in ebook (pdf, epub o mobi) a meno di un euro. Lo potete acquistare sul sito dell’editore per soli €0,99.

Elena ha trent’anni, soffre di sindrome premestruale, non è mai stata da un’estetista, non ama i pettegolezzi, porta solo scarpe basse e rivendica fermamente la propria autonomia e indipendenza. Reduce da una lunga relazione con l’amebico Paolo, si sente molto lontana dai cliché femminili: non ha nessuna intenzione né di sposarsi, né di avere figli e non dà importanza alla carriera, sentendosi un’aliena in una società che impone alle trentenni un’immediata realizzazione, personale e professionale.

Ma il nuovo lavoro presso un’importante azienda informatica impone al suo ruvido carattere una radicale trasformazione che porterà alla nascita di una versione aggiornata di Elena, una sorta di Elena 2.0 che, seppur in contrasto con il suo vero io, le fornirà, almeno in un primo momento, il necessario equilibrio per affrontare la quotidianità dell’ufficio e gli inaspettati eventi che la travolgeranno.

Mescolando sapientemente tratti di chick-lit e di parodia, Enrica Aragona dà vita alle vicende di un’antieroina dei nostri giorni con uno stile ironico, a tratti sarcastico e talvolta persino cinico plasmato dal carattere aspro della protagonista. Elena, nemesi della principessa indifesa delle fiabe, infatti, fornisce il proprio punto di vista sul mondo che la circonda cercando, a suo modo, di esorcizzare le paure di coloro che non possono più essere considerati ragazzini ma che non si sentono ancora abbastanza adulti: i trentenni, appunto.

Se anche a voi sembra sempre di nuotare controcorrente, se vi sentite aliene in un mondo che richiede matrimonio, casa di proprietà, posto fisso, se pensate di non poter diventare madri perché ancora non sapete badare nemmeno a voi stesse, beh… spendete sti 99 centesimi, va!

Di seguito un brevissimo estratto:

Il Centro Nazionale Telematico mi aveva aperto le porte quasi due anni prima, quando ero ancora una povera cretina che faceva colazione con pane e idealismo. Una moderna Lady Oscar ma più ostinata, un’idiota matricolata che sgobbava come un mulo ignorando il lassismo che la circondava, fregandosene che tutto intorno a lei procedesse in direzione contraria. Lealtà, trasparenza e meritocrazia erano le mie liberté, egalité et fraternité. Così, mentre a colazione mangiavo pane e idealismo, la sera cenavo con quintali di fiele.
Con il passare del tempo, però, mi resi conto che spendere tre quarti dello stipendio in gastroscopie non era proprio qualcosa di cui andare fieri. Decisi quindi di abbandonare l’utopia meritocratica in favore di un meno morale – ma più salutare – trasformismo. Capii che per convivere serenamente all’interno della Direzione Relazioni Esterne dovevo diventare, di volta in volta, ciò che l’interlocutore si aspettava da me.
Così, lasciate da parte le velleità sindacaliste, ormai passate di moda quanto i pantaloni a zampa, diedi vita a “Elena 2.0”, un clone edulcorato dell’originale che veniva fuori alla bisogna, improvvisandosi esperta di fiction con la teledipendente Daniela, dottor Stranamore della timida Francesca, farmacista barra omeopata dell’ipocondriaca barra paracula Margherita, e via dicendo.
Intendiamoci: non che me ne fregasse nulla di quelle sfigate e dei loro problemi. Elena 2.0 era finta come una banconota da un euro e doveva spesso prendere a legnate la versione originale per farla tacere, però, con il tempo, avevo capito che in CNT essere se stessi poteva diventare un ostacolo insormontabile alla sopravvivenza. Soprattutto se la “se stessa” in questione ero io che non parlavo mai dei fatti miei, dando alle mie colleghe la possibilità di fantasticare per ore su chi o cosa fossi nel mio privato.Seppi di essere diventata prima una lesbica, poi la donna che aspettava un bambino da un uomo che l’aveva abbandonata, poi una potenziale omicida seriale, persino una che arrotondava lo stipendio con lavoretti venti di bocca e cinquanta d’amore.
Finché imparai a dare alle mie colleghe quello che volevano: un burattino con le loro fattezze, che non le spaventasse e che, cosa più importante, non desse loro modo di rompermi i coglioni.

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