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Cosa cerco in un romanzo

29/12/2012 di NayaN

la Strega molto cattiva

la Strega molto cattiva

Era da un po’ che avevo in mente di scrivere questo articolo e oggi ho finalmente trovato il tempo e gli spunti per farlo. Chi mi conosce sa che sono una lettrice piuttosto pretenziosa, e che pur leggendo cataste di libri l’anno – molti per lavoro, meno per diletto – pochissimi sono quelli che reputo degni di essere letti. Ancor meno quelli che mi sento di consigliare.
La pratica della lettura, come ogni altra pratica abituale, porta esperienza, e l’esperienza porta a essere sempre più esigenti. Un po’ come succede in qualunque altra attività, come per esempio la cucina: qualcuno potrebbe trovare buone le mie polpette perché non ha mai assaggiato quelle di mia madre. Elevarsi, signore e signori, elevarsi e mai, mai, mai accontentarsi.

Voglio specificare innanzi tutto che quello che dirò in questo post non ha nulla a che vedere con le regole della narratologia. Questo non è un articolo con pretese nozionistiche, tutt’altro. Quelli che seguono sono semplicemente i miei personali (e pertanto opinabili) gusti di lettrice.

In sostanza, come deve essere un romanzo per piacermi?

In primis, mi deve incollare alle pagine. Mi deve prendere, afferrare, trascinarmi tra le righe ad affogare nell’inchiostro. Può raccontare anche la storia di nonna Clotilde che si arrabbia con il fruttivendolo perché le zucchine sono acquose, non m’interessa.  M’interessa che lo scrittore sia capace di tenermi lì, a sbavare nell’ansia di sapere se nonna Clotilde ucciderà il malcapitato a borsettate in testa o se placida e cheta tornerà a casa con le melanzane. Se perdo interesse, se mi cala l’attenzione, posso anche trovarmi di fronte la storia più bella del mondo, non mi piacerà comunque. Precisazione: riuscire a tenere il lettore incollato alle pagine non significa andare di corsa, raccontare con superficialità. Significa scrivere il necessario utilizzando una buona tecnica narrativa e uno stile liquido.

Detesto le vie di mezzo, pretendo coerenza. Un personaggio cattivo deve parlare, agire e comportarsi da cattivo. Se mentre leggo ho la percezione che lo scrittore sia andato giù con il freno a mano tirato perché non ha il coraggio di portare a termine quello che ha iniziato, divento insofferente. L’autore NON è la strategia testuale che rappresenta, sono due cose distinte e separate. Se c’è bisogno che il vostro protagonista dica PORCA PUTTANA non fategli dire MANNAGGIA AI PESCETTI. Diventa stucchevole, ridicolo e grottesco.

Il livello di profondità deve essere proporzionale alle aspettative. Se leggo la storia di un serial killer in cui lo scrittore fa leva sul passato per giustificare la trama, non mi basta fare il conto dei morti ammazzati. Voglio sapere perché una persona diventa un omicida seriale, quali sono le ragioni del suo comportamento, e voglio che alla fine i nodi si sciolgano tutti e non resti nemmeno un filo intrecciato. L’introspezione non è indispensabile, ma lo diventa quando è necessaria a spiegare le motivazioni dei protagonisti. Altrimenti la storia rimane fine a se stessa e non lascia nulla, se non un profondo senso d’incompletezza.

I deus ex machina sono roba da dilettanti. E non nell’accezione di burattinai, ma di espedienti narrativi buttati lì per uscire da un intreccio che lo scrittore non è in grado di gestire, soluzioni che non prestino il dovuto riguardo alla logica interna della storia e appaiano improbabili, usate solo per permettere all’autore di concludere la storia nel modo voluto. È uno degli errori più comuni in cui incappano gli scrittori inesperti. E io lo detesto.

Ogni genere ha regole da rispettare. Ogni genere letterario va affrontato con rispetto e umiltà; quando si hanno velleità da scrittore non basta traslare su carta i propri pensieri o le proprie idee, bisogna carpire i segreti dei Maestri, imparare a distinguere i topoi senza scadere nei cliché, e poi mettere in pratica ciò che si è appreso, possibilmente senza scimmiottare gli autori famosi. Ma è innegabile che esistano generi che vanno affrontati con maggior dedizione, generi in cui la fantasia e l’immaginazione devono spesso cedere il passo a una logica stringente. Non cimentatevi in uno di questi generi se non ne avete letti abbastanza. Ve lo chiedo per favore.

Funzionalità is the way. Mai lasciarsi prendere la mano. Io dico NO a intere pagine di lunghe, prolisse, pesanti descrizioni che non servono a niente. Se sto aspettando che due vadano a letto insieme, non me ne frega una mazza di sapere che le ali della mosca sul tavolo accanto al bicchiere di vetro sporco abbandonato accanto al comodino hanno dei bellissimi riflessi verdognoli, a meno che non stia leggendo un trattato di entomologia, o un fantasy. Ma tanto quelli non li leggo, e un motivo ci sarà pure, no?

La narrativa non è la vita reale. Nella vita reale le persone vanno e vengono, gli oggetti si comprano e si dimenticano, gli sguardi s’incrociano e poi ognuno va per la sua strada. In un romanzo NO. In un romanzo viene introdotto un numero limitato di elementi affinché ognuno di essi abbia una propria funzionalità all’interno della storia. Non è accettabile che un personaggio appaia magicamente a tre quarti dell’opera, e altrettanto magicamente scompaia perché ci sta bene solo in quel momento. Io sto leggendo un libro, non sto passeggiando per le vie del centro, e mi aspetto che chi l’ha scritto sappia esattamente come e perché la storia va avanti in un certo modo, quali tasselli inserire e quali togliere.

L’abuso di termini ricercati è una sciocca forma di esibizionismo oltre che un inutile esercizio di stile narcisistico.  Un tale di nome Karl Popper, che di professione faceva il filosofo, una volta ha detto:

Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile.

Se mentre leggo devo fermarmi ogni tre frasi per andare a cercare sull’enciclopedia il significato dei paroloni con cui l’autore si diverte a infarcire i periodi mi passa la voglia.

Si scrive per chi legge, non si legge per chi scrive. E questo credo non abbia bisogno di ulteriori spiegazioni.

Nessuna pietà per l’incompetenza degli impaginatori, revisori, correttori di bozze. Non tollero romanzi dove compaiano E’ anziché È, dove ci siano onomatopee non necessarie, dove le norme redazionali non siano omogenee. Non tollero romanzi impaginati a bandiera o privi del rientro al capoverso. Situazioni simili sono indice di poca cura e soprattutto di ignoranza verso le più basilari regole editoriali, e io detesto dare i miei soldi agli ignoranti.

A grandi linee queste sono le cose che cerco in un romanzo, e credetemi, mi basta leggerne le prime tre frasi per capire se il libro che ho tra le mani mi piacerà o meno.

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