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[BLOGNOVEL] Alice nel Paese delle paranoie – Cap. VII

28/11/2012 di NayaN

Santo cielo… se penso a quanti dei miei miti potrei incontrare, qui ad Aliciolandia, mi sento svenire. Non credo che riuscirei a reggere il colpo se mi trovassi davanti Alex Rosa con indosso solo un gilet di pelle e un paio di boxer di ciniglia, come al concerto di Tokyo del 1992. L’ho consumata, quella videocassetta, a forza di guardarla. Credo che sopra ci sia ancora un po’ di bava.
Però pensandoci bene… e quando mi ricapita un’occasione simile? Ormai Alex più che a un etereo sex symbol somiglia a Ivana Trump dopo l’ultima passata di botulino… io invece ho la possibilità di vederlo ancora trentenne, nel pieno della sua maturità, magro, asciutto, isterico, sexy… con quella voce calda, sensuale… Andiamo, Alice, sforzati un pochino, su… sei o non sei la padrona qui? E allora forza, andiamo a cercarlo. Non posso andarmene da qui senza avergli almeno leccato un capezzolo, o sfilato un calzino; così affretto il passo senza fare molto caso a chi mi passa accanto. Ma non posso fare a meno di fermarmi quando vedo seduto su una panchina un vecchietto curvo e triste, che attira la mia attenzione perché con il caldo bestia che fa, indossa un ingombrante cappotto di lana blu.

Guardo meglio il suo viso e stavolta mi riesce davvero difficile credere a quello che vedo. È lui, ne sono certa, anche se tiene la testa bassa quasi a volersi nascondere agli sguardi delle persone. Mi fermo e con una gran faccia tosta mi siedo accanto a lui: ho aspettato vent’anni per incontrare Alex Rosa, qualche minuto in più non farà differenza.
Il vecchio sembra non preoccuparsi granché della mia presenza, non alza nemmeno la testa. È in quel momento che mi accorgo della piccola pozza d’acqua tra i suoi piedi, esattamente perpendicolare ai suoi occhi: ma mica saranno lacrime? Com’è possibile che nel mio mondo ci sia spazio per così tanta sofferenza?

«Senta… scusi…»

Finalmente si decide a guardarmi. E in quello sguardo, nascosto dietro a folte sopracciglia tipiche della senilità avanzata, in quegli occhi gonfi che sembrano aver conosciuto soltanto pianto e dolore per anni e anni, riconosco il conflitto che mi ha sempre divorata: non mi ero sbagliata, quest’uomo è Adelio Mori.  Porca paletta!
Ho un momento di esitazione. Avrei talmente tante di quelle cose da chiedergli che non so da dove iniziare. Non so nemmeno come chiamarlo, in realtà. Dottor Mori? Presidente? Adelio? Così decido di non chiamarlo affatto.

«Io la conosco molto bene, ho letto molte cose su di lei.»
«Davvero? È raro che qualcuno mi riconosca…»
«Beh… scusi se glielo dico, eh, ma lei di casino ne ha fatto molto più da morto che da vivo. Non capisco come sia possibile non riconoscerla! Lei è il pezzo di storia italiana più importante del dopoguerra… comunque io mi chiamo Alice, tanto piacere.»
«Cara Alice… mi fa davvero piacere che una ragazza giovane come te mi conosca e abbia quest’idea di me…»
«Senta, io non so come chiamarla… va bene semplicemente Adelio?»
«Nessuno mi chiama più Adelio, ormai. Per tutti sono diventato nonno Giovanni. Vorrei che mi chiamassi così anche tu, se non ti dispiace.»
«Ehm… ma perché? Sa… per me è un po’ difficile abituarmi all’idea che Adelio Mori si chiami Giovanni…»
«Giovanni Sasso, per la precisione. Eh ragazza mia…. Molte cose sono state dimenticate nel corso di questi trentaquattro anni, molte altre sono state nascoste, e molte altre non sono mai state dette. Se potessi raccontarti tutto…»
«E non può?»
«Beh, non potrei.»
«Aspetti un attimo. Forse lei non ha capito. Io ho rinunciato a cercare Alex Rosa per stare qui con lei.»
«Alex chi?»
«Alex Rosa, il vocalist strafigo dei Gusci & Rose… ha presente? Il rivale di Sebastiano Bacchi, quello con i capelli cotonati e il lucidalabbra…. che poi non ho mai capito come potessero metterli a confronto, eh. Voglio dire, Alex era Alex, Sebastiano uno come tanti, banalotto, insipido… cacchio, lasci perdere, non è importante. Quello che è importante è che io ho bisogno, assoluto bisogno, di sapere cosa le è veramente successo quella notte di maggio del 1978. Lei non ha idea di quanti libri abbia letto su di lei, delle congetture che ho fatto, delle incazzature che mi sono presa a sentire le farneticazioni dei politici in tv… La prego, mi dica come sono andate davvero le cose, non mi neghi questa possibilità.»
«Alice, davvero, non posso.»
«Oh senta, non mi faccia perdere la pazienza! Lei non è che può scegliere, eh. Qui decido io. Io sono la pa… la parente del comandante Oscar François de Jarjayes, e mi basta schioccare le dita per farla arrestare. Anche per farla ammazzare, se voglio.»

Ma che diavolo mi sta succedendo? Sono qui da meno di mezza giornata e già dico cose tanto schifose? Allora è vero che il potere dà alla testa. No, non va bene. Non puoi comportarti così. Basta, Alice. Datti una regolata.

«Se la metti su questo piano non mi lasci alternative. Ma prima dovrò raccontarti ciò che successe nei 55 giorni precedenti, per permetterti di capire. Cercherò di essere breve, per quanto possibile.»
«Ecco, sì. Sia breve, che magari se ci diamo una mossa faccio ancora in tempo a cercare Alex…»
«Durante i primi giorni del mio sequestro, non volevo credere che fosse veramente come dicevano i miei rapitori, che fosse il mio stesso partito a non volermi salvare, ma con il passare dei giorni mi convinsi che forse un fondo di verità c’era, fino ad arrivare all’estrema convinzione che stavano facendo proprio di tutto per condannarmi a morte.»
«Ecco, lo vede? Avevo ragione, allora. L’ho sempre pensato, io…»
«Non potevano permettersi che uscissi vivo da quell’esperienza, sapevano che la rabbia e la frustrazione mi avrebbero portato a dire all’Italia, al mondo intero, quello che avevo finalmente capito dopo 61 anni di vita e oltre 30 di carriera politica. »
«E cosa aveva capito? Su, non mi faccia stare in ansia…»
«È stato solo in quel contesto di assoluta disperazione che ho capito quali fossero le cose importanti della vita. Finché ho avuto tutto, potere, prestigio, affetti, non ho mai ritenuto importante esaminare la mia coscienza a fondo, ma lì… lì era tutto diverso. Le idee di chi mi teneva segregato non mi sembravano più così utopiche, paragonate a tutto lo schifo e la pena che improvvisamente, mi accorsi di avere intorno. Tutti coloro che avevano sempre professato di amarmi e di seguirmi finché ero stato al potere, erano improvvisamente scomparsi.»
«Va beh, ma che si aspettava? Scusi eh, ma non credo che nessuno le abbia mai puntato una pist… no, aspetti, nel senso… prima, intendo. Lei lo sapeva di che pasta fosse fatta la gente che stava nel partito con lei, come poteva sperare che l’aiutassero, quelle carogne?»
«Alice, che vuoi che ti dica… quando ci stai dentro è diverso. Ma quella notte di maggio cambiò tutto. Vennero a parlarmi, dicendomi che avevano fissato la mia sentenza per il giorno seguente, ma dopo lunghe discussioni avevano capito che dopo tutto quello che era successo, la mia vita da uomo libero avrebbe fatto molto più rumore della mia morte, e che un leader come me, deluso dal partito e dalle istituzioni, sarebbe servito molto di più alla loro causa rispetto ad un martire ucciso dai cattivi.»
«Infatti! E perché non ha mai parlato, allora?»
«Ma mi prendi in giro? Come potevo parlare? Ero morto!»
«Ma se ha appena detto…»
«Lasciami finire. I sequestratori dettarono le condizioni della mia libertà, in fondo rimanevano pur sempre dei terroristi. Una volta libero, avrei dovuto rivelare ai media tutto quello che avevo detto loro in privato, altrimenti sarebbero tornati a prendermi e non sarebbero stati così magnanimi. Ovviamente accettai. Mi bendarono e mi caricarono nel bagagliaio di un’auto, mi portarono fuori città. Durante il tragitto li sentivo parlare, erano esaltati dall’idea che da lì a poco il marcio della politica italiana sarebbe stato finalmente svelato. Speravano in un cambiamento radicale, erano sinceri, o perlomeno, così sembravano. Così finalmente dopo 55 giorni tornai libero. Fu un’emozione incredibile: era notte fonda, non capivo dove fossi, non avevo più cognizione del tempo e dello spazio, ma ero libero. Capisci Alice? Ero un uomo libero, finalmente, e non parlo solo del sequestro. Ero libero da tutti i vincoli che mi avevano sempre costretto a essere quello che ero diventato.»
«Figo!»
«Mi incamminai quindi lungo la strada sterrata dov’ero stato lasciato, e quando giunsi alla prima casa che incontrai, vidi un uomo sulla soglia della porta. Con mio enorme stupore, riconobbi in quell’uomo Franco, il tuttofare del Segretario di Partito, quello cui venivano affidati i lavori più sporchi. Mi fece entrare, ero frastornato, ed entrai senza fare domande.»
«Franco? Pensi che ne ho appena battezzato uno. Ad averlo saputo prima, gli avrei dato un altro nome…»
«Comunque sia, Franco mi fece sedere e mi rivelò che tutti sapevano fin dal giorno del sequestro dov’ero stato tenuto durante la prigionia, perché fra i rapitori c’era una talpa, che riferiva ai vertici tutto quello che succedeva. Ma il gesto estremo dei terroristi aveva scombussolato i loro piani.»
«Minchia! Ma allora è vero che c’era un talpa…»
«I vertici, una volta appresa la decisione dei terroristi di liberarmi, si erano riuniti di urgenza e in un quarto d’ora avevano sentenziato la mia morte. Franco mi informò candidamente che sarei morto lo stesso, lui stesso mi avrebbe ammazzato, sparandomi e inscenando il teatrino del ritrovamento del mio cadavere in via Carini come richiesto dai vertici del Partito, perché l’opinione pubblica doveva credere che io fossi morto per mano dei terroristi. In questo modo, chiudendomi la bocca per sempre, non avrebbero corso alcun rischio e i terroristi sarebbero apparsi come il nemico pubblico numero uno, da combattere con ogni mezzo.»
«Cavolo, mi sembra di stare dentro un film di 007! Dica, dica… e poi cos’è successo?»
«È successo che quando Franco finì di parlare, crollai. Iniziai a piangere come un bambino. Ero distrutto, credo non ti sia difficile immaginare il perché. E da bravo politico qual ero, non ci misi molto ad accorgermi che quel pianto era la mia unica via d’uscita; decisi di sfoderare tutto quello che avevo imparato durante gli anni al partito, iniziando a parlar a Franco della mia famiglia, di mio nipote, del dolore che avrebbe causato a tutte le persone che mi amavano… e dopo un’ora di quella lagna, ottenni l’effetto sperato; convinsi Franco a non ammazzarmi.»
«Wow! L’ho sempre detto che lei era uno tosto.»
«Tosto? Sono stato un vigliacco, cara Alice. Un vigliacco che oltre a tutte le nefandezze degli anni in politica, si porta sulla coscienza pure il peso di aver fatto morire un innocente al mio posto.»
«Perché? Chi è morto?»
«Non potevo permettermi che il partito sapesse che ero ancora vivo. Così io e Franco decidemmo di inscenare la mia morte. Tu sai che ognuno di noi al mondo ha almeno un sosia, no?»
«No… non mi dica che… quello nella Renault 4 rossa era un suo sosia?!?»
« Un fioraio di Biella. Immagino cosa ha potuto pensare quando ha visto Franco puntargli la pistola alla testa…»
«Con tutto il rispetto… certo che è un bel paraculo…»
«Franco, per tutelarsi, mi ricattò, costringendomi a sparire dalla circolazione: se non l’avessi fatto i miei amati famigliari sarebbero morti, misteriosamente uccisi in un agguato organizzato proprio dagli stessi terroristi che avevano rapito me. Anche in questo caso nonostante la posta in gioco fosse così alta, accettai. Il fioraio fu poi fatto ritrovare poche ore dopo in via Carini grazie a una telefonata, fatta ovviamente da Franco che si spacciava per uno dei terroristi, mentre io scappai all’estero cambiando identità. Fu allora che divenni Giovanni Sasso.»
«Sì, va beh… ma che roba è? Vorrebbe farmi credere che mentre tutti la credevano morto, lei se la spassava tutto tranquillo ai tropici, con un bicchiere di batida de coco e una sventolona mulatta che le faceva aria con un ventaglio di piume? Andiamo… lei mica è Elvis Presley, né tantomeno Jim Morrison! E pensare che ho sperato che tramite il suo racconto potesse venir fuori il suo eroismo, il suo coraggio… forse speravo di convincermi davvero, una volta per tutte, che i terroristi fossero cattivi e le istituzioni no. Invece è anche peggio di quello che pensavo. Ma perché non ha scelto di aggregarsi alla Nuova Resistenza? Almeno poteva redimersi.»
«Ormai sono vecchio, e un uomo che ha perso tutto ciò che aveva costruito nella sua vita, è un uomo che non serve più a niente e a nessuno. Credimi, sarei stato solo un peso per loro.»
«Certo, comodo così… va beh, senta, io con lei ho perso pure troppo tempo. Continui pure a fissare la pozza di lacrime ai suoi piedi, tranquillo: è la cosa migliore da fare. Io però ho un figaccione americano da trovare. Adios, Juanito. Stammi bene.»

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