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Sono quello che vuoi su “Speachless”

17/10/2012 di NayaN

La donna riveste, da sempre, un ruolo importante sia nella letteratura italiana, che in quella internazionale. Oggetto privilegiato di autori e autrici che ne hanno decantato la bellezza, inserendola in contesti diversi per farne emergere i suoi tratti caratteriali. La donna sa essere gentile, dolce, sensibile, affidabile e costantemente alla ricerca di un uomo che sappia amarla e proteggerla. Questo, almeno, in linea generale.

Infatti, benché la donna − al di là della sua estrazione sociale − spesso, e volentieri, ricopra il ruolo di moglie e di madre, sa essere anche forte e indipendente o, al contrario, si dimostra debole e indifesa. Talvolta incapace di reagire alle offese e agli attacchi provenienti dall’esterno. Basti pensare, ad esempio, all’ampio panorama mass-mediale che, di frequente, propone immagini di donne perfette, sia dal punto di vista estetico che comportamentale. Ne deriva, si sa, una situazione in cui il mondo femminile cerca di conformarsi − e uniformarsi − affinché sia di gradimento al sesso opposto; al proprio partner, insomma.
Spesso la pubblicità, che è puro prodotto mediale, non rappresenta le donne in modo autentico e veritiero: le svilisce e le fa apparire volgari; lontane dai normali canoni femminili o dalla quotidianità. È l’immagine della donna di estrazione tipicamente occidentale; priva di ogni difetto e felice e soddisfatta della propria vita, sia pubblica che privata. Inoltre, sempre la pubblicità ma anche le forme editoriali − dal momento che di editoria e di letteratura si sta parlando −, optano per alcuni mezzi prettamente legati all’eros e,dunque, ai suoi effetti che non sempre consentono alla donna di rappresentarsi nella sua vera e propria essenza. Pertanto, l’immagine proposta è strettamente legata alla perfezione, generando frustrazioni in chi − anche in minima parte − se ne discosta.
Tuttavia, questa è solo una visione parziale del genere femminile ma che, in questa sede, mi interessa in modo particolare affinché possa ricollegarmi ai due romanzi che ho letto per Speechless: La vendetta (Einaudi, 2012), opera dell’autrice norvegese Anne Holt − da sempre interessata alla stesura di romanzi tipicamente polizieschi o che, comunque, ripropongono le scene del crimine − e Sono quello che vuoi, romanzo d’esordio di Enrica Aragona (Edizioni La Gru, 2012).

Fin dai titoli è possibile comprendere come entrambe le opere affrontino il tema piuttosto «scomodo» della violenza sulle donne; preferendo uno stile che sia quanto più vicino al romanzo criminale − nel primo caso − e, nel secondo, al thriller e all’hard-boiled, con un particolare riferimento alla realtà nostrana.
È facile immaginare, prima ancora di aver letto le sinossi, come le protagoniste siano le donne: fragili nelle loro insicurezze emotive e, tuttavia, disposte a concedersi − senza alcun riserbo − all’uomo che le vuole «sottomesse» e ben disposte a soddisfare ogni suo desiderio. Tale situazione rappresenta per le donne un vano tentativo di conquista della propria personalità o, almeno, alla comprensione della stessa.
È noto, in effetti, come la letteratura sia in grado di proporre storie diverse e, allo stesso tempo, analizzare − più o meno sapientemente − i tanti contesti di cui l’uomo fa parte. In questo caso, i romanzi analizzati sono scritti da donne per indagare, forse con maggiore affinità e attenzione, quella parte del mondo femminile che, talvolta anche per insicurezza, trova nell’aspetto esteriore − e anche nella trasgressione − una «via di fuga» dai problemi che attanagliano la quotidianità. Si tratta di romanzi di denuncia che portano a riflettere sulle intime condizioni di vita, spesso anche nascoste per paura di
compromettere la propria esistenza e gli affetti personali; o, ancora, la vergogna in un gioco perverso di vendette e compromessi che sviliscono l’anima. In certi casi, uscire da questo «circolo vizioso» è complesso, ma non impossibile.
Le opere analizzate affrontano la vita di due donne: l’ispettrice di polizia Hanne Wilhelmsen, nel romanzo della Holt, che è la testimone oculare di casi di omicidio e Laura, una ragazza di ventisette anni, dal passato familiare problematico, nel romanzo della Aragona. Sono, queste, donne che subiscono − per motivi diversi − lo sguardo indagatore dell’uomo; quello stesso sguardo che fa sì che siano un po’ vittime e un
po’ carnefici, in un connubio di «giochi perversi» in cui non c’è posto per la vita «facile e felice»
tipica dei migliori romanzi rosa, caratterizzati dal lieto fine e solo per inguaribili romantiche.
Sebbene gli scritti siano dedicati a due donne in particolare, entrambi si possono definire corali: rappresentano, infatti, quelle verità, un po’ taciute, di donne fragili e che non riescono a far fronte alle situazioni degenerative. Sono, inoltre, romanzi affrontati con uno stile che unisce la suspense alla realtà e che potrebbero incuriosire per l’ardua scelta di aver affrontato tematiche che si discostano dal panorama editoriale.
Come già precedentemente accennato, si tratta di donne insicure, alle quali la vita non ha riservato «sconti speciali» e che, tuttavia, si fanno portavoce − sebbene negativamente − di una realtà che oggigiorno è affrontata con sempre più attenzione, anche dagli stessi mass media che, il più delle volte, fanno emergere il prototipo della donna felice. È la realtà della violenza, non sempre fisica bensì anche psicologica. Tanto che, poi, il genere affrontato dalle due autrici diventa assolutamente secondario: l’obiettivo, infatti, è quello di riportare − seppure letterariamente − episodi di vita, simili a testimonianze.
Inoltre, viene analizzato il fenomeno del ‘femminicidio’ che, purtroppo, accomuna le donne di
tutto il mondo e che si verifica in particolare in ambito domestico o nelle relazioni di intimità. È un fenomeno, questo, che dapprima era nascosto − quasi ci si vergognasse dello stesso − ma che, in seguito, ha portato le donne alla consapevolezza di sé e alla denuncia. Se, poi, tale situazione non costituisce solo un episodio isolato ma «la norma» − come nel caso del romanzo di Anne Holt − tutto ciò non può essere non considerato ed è, quindi, necessario capire chi o cosa abbia dato origine a una serie di crimini raccapriccianti, che per Hanne Wilhelmsen: «non sono motivo di rabbia e nemmeno di rassegnazione, ma solo di un’immensa tristezza.»
Tuttavia, e per fortuna, nella realtà ci sono alcune associazioni femminili che si propongono di denunciare e di prevenire − o almeno accogliere − quelle donne vittime della violenza maschile. Infine, sebbene il problema vada affrontato, ciò che la società dovrebbe evitare − o almeno controllare − sono i possibili attacchi misogini che vanno a ledere uno dei principi fondamentali: la libertà.

Articolo di Maila Daniela Tritti su “Speachless” di ottobre.
La rivista è scaricabile qui http://speechlessmag.altervista.org/blog/Speechless/SM2.pdf

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