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[BLOGNOVEL] Alice nel Paese delle paranoie, Cap. V

29/09/2012 di NayaN

«Ascolta, Alice» mi dice Oscar mentre mi prende sottobraccio lungo il viale lastricato che conduce al centro del villaggio «è meglio se gli altri abitanti di… com’è che l’hai chiamata? Aliciolandia? Ecco, meglio se gli abitanti di Aliciolandia non sappiano chi sei veramente. Non vorrei che si diffondesse troppo nervosismo in città.»
«Certo Oscar, non preoccuparti. Se mi chiederanno chi sono, dirò che sono una tua cugina italiana.»
«Parbleu
Sorrido soddisfatta, chi l’avrebbe mai detto che un giorno sarei andata a passeggio lungo le strade di Aliciolandia a braccetto con Lady Oscar? Se mi vedesse Daniele diventerebbe verde d’invidia.
«A proposito…» sbotto all’improvviso «di là, nel mio mondo, i miei cari saranno in pena per me… non c’è modo di avvisarli?»
«No, ma non preoccuparti, qui il tempo è… dilatato. Se le cose vanno come spero, non si accorgeranno nemmeno della tua assenza.»
Il centro cittadino è esattamente come l’avevo immaginato: una moltitudine di colori e suoni, allegri e sconclusionati, un grande bazar all’interno del quale, però, mi sembra di non riconoscere nessuno.
«Scusa Oscar» le chiedo inchiodandomi in mezzo alla strada, fulminata da un’intuizione geniale «ma perché mi sembra di non conoscere nessuno? Se veramente è un mondo popolato dalla mia fantasia, perché tutte queste facce mi sembrano sconosciute?»

«Mia cara, per la Gioconda e la Creatura ti è stato semplice capire chi fossero perché negli anni sono diventati personaggi facilmente riconoscibili, grazie alle fotografie, ai film, ai quadri… ma come fai a riconoscere qualcuno di cui non conosci le sembianze? Guarda quello lì, per esempio» mi dice indicandomi un giovane slavato nascosto dietro una divisa scura, immobile davanti a una costruzione simile a una caserma «tutti qui lo chiamiamo Kokò, ma il suo vero nome è Konradin von Hohenfels.»
Konradin von Hohenfels… questo nome mi dice qualcosa… più di qualcosa. Ci metto un po’ , ma alla fine i miei occhi s’illuminano.
«Avete ritrovato L’amico ritrovato
Oscar abbozza un sorriso d’approvazione.
«Dovevo immaginarlo che avrei resuscitato pure lui… se penso ai pianti che mi sono fatta quando Hans ha saputo che Konradin era morto… Ma è un poliziotto ora?» le chiedo.
«Una specie. Quello lì è il palazzo del governo.»
«Ah… E chi c’è a capo del governo?»
«Lo scoprirai presto.»
«E come farò a riconoscere tutti gli altri, quando tu non sarai accanto a me?»
«Oh beh, in realtà di volti che conosci ce ne sono a bizzeffe. Hai passato gli ultimi dieci anni ad accumulare libri di politica e storia contemporanea… scusa se te lo dico eh, ma due palle…»
Manco a dirlo, giriamo l’angolo e un mendicante ci viene incontro. È sporco, vecchio e piuttosto malmesso; il suo odore nauseabondo ci raggiunge molto prima di lui.
«Fate la carità a un povero vecchio affamato, malato e dolorante… per favore, fate la carità a un uomo malato…»
«Certo, dovrei avere qualche spicciolo…» inizio a frugare velocemente in tutte le tasche che ho, ma niente soldi.
Il mendicante nemmeno mi guarda, si limita a ringraziare Oscar che, con un gesto grondante freddezza e sdegno, gli ha appena tirato una moneta ai piedi.
Nonostante la sua attuale magrezza sia in netto contrasto con l’immagine pingue e rubizza che ho stampata in testa, quando finalmente il mendico alza la testa non mi è molto difficile riconoscere in quelle piaghe incarnite Bertolino Crassi. Hai capito la francesina… chissà se c’era anche lei quel giorno davanti all’hotel Raphael
Mi scappa un sorrisetto pensando di averlo relegato al ruolo che più gli si confà: dopo tanto rubare in vita, qualcuno che gli facesse capire come ci si sente a vivere di stenti ci voleva proprio.
«Sai che l’ultima volta che sono andata a votare ho messo una bella fettona di mortadella nella scheda elettorale, e sopra anziché la croce ci ho scritto E ora mangiatevi pure questa?» dico tutta tronfia a Oscar, che si limita a guardarmi piuttosto schifata «ah… la mia francesina snob… J’adore
«Forza, andiamo, prima che il “Revolution” chiuda.»

Il locale mi sembra molto accogliente, e l’enorme nuvola di fumo che investe le mie narici appena entro mi è abbastanza famigliare; a quanto pare non tutti fumano sigarette, molti sono spinelli di marijuana.
Oscar è impegnatissima a salutare tutti i suoi amici, io invece metto su un bel sorriso ebete che spargo senza moderazione a destra e a sinistra, finché non capisco che è lì che voglio sedermi. Proprio lì.
Senza neanche chiedere a Oscar di presentarmi, mi avvicino, prendo una sedia e mi accomodo insieme a un gruppetto di persone.
Sto zitta per un po’, aspettando che qualcuno prenda la parola e mi chieda qualcosa, ma a quanto pare sono tutti timidoni.
«Salve ragazzi, piacere eh, io sono Alice.»
«Hola Alice. Perdona il nostro impaccio, ma non siamo abituati a donne tanto intraprendenti. Que quieres
È davvero la sua voce? È davvero lui che sta parlando con me? Per poco non svengo di nuovo.
«Sono la pa… la parente di Oscar, la cugina, sì sì la cugina! Mi ha portato qui per farmi conoscere delle persone, e così ho pensato che voi… ecco… che voi mi piacete parecchio e volevo presentarmi.»
«Oscar? Vuoi dire il capitano de Jarjayes? Ne ho sentito parlare molto bene. Sembra sia una donna molto in gamba, oltre che un combattente nato. Mi piacerebbe approfondire la sua conoscenza.»
Incredibile! Posso realizzare un desiderio di quest’uomo, di quest’icona di milioni di persone, io, proprio io!
«Oscar, ehi Oscar!» cerco di richiamare la sua attenzione con ampi gesti «cuginetta, puoi venire un momento qui?»
Oscar ci raggiunge con l’aria un po’ contrariata.
«Oscar, è un grande piacere per me presentarti i miei nuovi amici: Ernesto Ghellara, detto il “Cosa”, e Fedele Castroni!»
«Ehi, aspetta. Come fai tu a sapere il nostro nome? Noi non ci siamo presentati… cosa c’è sotto, sei forse una spia?»
«In realtà è colpa mia, Comandante» interviene prontamente Oscar fulminandomi con lo sguardo «sono io che le ho parlato molto spesso di voi, Signore. Le ho illustrato tutti i vostri vecchi piani e le vostre ingegnose strategie di rivoluzione. Perdonate la mia imprudenza, Signore.»
E menomale che quando un ego è pieno di sé non ha bisogno d’altro, perché il Cosa inizia a pomparsi con i racconti delle sue avventure e passa le successive due ore a discutere con Oscar delle innumerevoli strategie d’attacco che conosce.
Decisamente diverso da come me lo aspettavo. Oserei dire di una noia mortale; quando tornerò a casa metterò la maglia con la sua facciona nella cuccia di Billy. E quest’altra mummia di Castroni? Non ha detto una parola.
Finalmente dopo aver rabbonito a sufficienza il comandante Ghellara, Oscar torna da me e mi degna della sua attenzione, prendendomi sottobraccio e portandomi al bancone, lontano dal tavolo della revolucion.
«Ma con tutta la gente che c’è qui dentro, proprio con Ghellara dovevi andare a parlare, tu? Certo che i guai te li vai proprio a cercare…»
«Cerca di capire, Oscar… per me quell’uomo era un mito…»
«Almeno ti è piaciuto sentire i suoi discorsi?»
«Ma nemmeno per sogno. Ma dove sono finiti tutti quei paroloni pieni di fervore e idealismo, tutte le cose che sono sopravvissute alla sua morte per decenni? Non li fa più, quei bei discorsoni?»
«Quelli ormai li trovi solo sui diari degli adolescenti» mi risponde Oscar sorridendo «oppure sulle maglie che vendono alle feste dell’Unità. Anche se dubito ci sia qualcuno che ancora le compra…»
M’incupisco.
«Cos’hai contro chi compra le magliette come quelle? Vorresti farmi credere che tu non hai mai comprato una maglietta con sopra i Duran Duran?»
«Pardon?»
«Non dirmi che eri della fazione Spandau!»
«Je suis désolé, mais je ne comprends pas...»
In effetti ora che ci penso, non ho nemmeno un pulciosissimo dvd dei Duran, dovrò rimediare appena torno a casa.
«Vieni, Alice, André ci aspetta.»
E così dicendo, Oscar fa un cenno quasi impercettibile al barista, che sparisce nel retrobottega per tornare dopo pochi istanti con un mazzo di chiavi, che con molta nonchalance Oscar fa immediatamente sparire in una delle tasche interne della sua giacca rossa.

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