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[BLOGNOVEL] Alice nel Paese delle paranoie, Cap. III

24/09/2012 di NayaN

È un movimento istintivo quello che guida la mia mano verso il cancello in ferro battuto, e senza quasi che me ne accorga sono dall’altra parte.
Le parole di Lisa si rincorrono senza alcun ordine, e nonostante provi con affanno a fare un po’ di chiarezza, mi sento la testa vuota come un guscio di noce, dove tutto risuona senza vibrazioni, senza eco, senza significato.
«Zignorrina!»
Caspita, che vocione! Una sagoma maschile, qualche decina di metri avanti a me, mi fa ampi cenni con un braccio. Nonostante la sua figura si faccia più imponente man mano che mi avvicino, tutto mi sembra tranne che un uomo; le difficoltà nel coordinare i movimenti sono talmente evidenti da renderlo, ai miei occhi, più simile a un fantoccio meccanico. Mentre il braccio si muove rigidamente da sinistra a destra in un abbozzo di saluto, la mano rimane immobile e la testa si sposta con movimenti opposti a quelli degli arti.
È davvero una visione curiosa, mi sembra di essere di fronte all’enorme piovra meccanica del luna park dietro casa mia.
«Zignorrina Alize!»
Magari mi sbaglio eh, ma qualcosa mi dice che il teutonico signore stesse aspettando proprio me.
«Salve» gli dico mentre gli porgo la mano per presentarmi «zignorrina Alize sarei io. No, lasci stare, non le chiederò come fa a sapere il mio nome, ormai non mi pongo più domande tanto elementari. E lei sarebbe…?»
L’omone tira su il braccio destro e lo porta verso il sinistro ancora proteso in alto, e tra un cigolio e l’altro si sforza di tirarlo giù fino alla mia altezza, guardandomi come se si trovasse di fronte una ragazzina spaurita che ha perso i genitori al centro commerciale.
«Zignorrina Alize, zecondo te ki ezzere io, kon skarpe ti kugini di kampagna, pulloni ke spuntano tal kollo, parti ti korpo mezze inzieme senza molto kriterio e kolorito ta Etwart Kullen?»
«Zitto zitto, non dire altro, lasciami indovinare… tu sei… tu sei… Frankenstein! Ci ho preso, vero?»
Il mio entusiasmo è presto spento dallo sguardo rassegnato del curioso assembramento di carne e metallo che ho davanti.
«Frankenstein… puon’anima ti papà. Io ezzere Kreatura. Tu afere fatto stesso errore a esame ti maturità.»


«Oh, hai ragione, scusami» provo a giustificarmi battendogli una mano sul braccio facendo nevicare al suolo brandelli di carne putrefatta «tu non hai mai avuto un nome. Ti va se te ne do uno io?» Creatura mi guarda con preoccupazione «da questo momento sarai Franco. Va bene, Franco?»
«Zignorrina Alize, tua fantazia lascia me ti stukko…»
«Oh, senti, sono almeno vent’anni anni che nella mia testa tu sei Frankenstein, non puoi mica pretendere che così, di punto in bianco, riesca a vederti come Mario o Giovanni o Simone, o che so io. E vedi di non farmi arrabbiare, che per oggi ne ho avute già abbastanza di sorprese. Bene Franco, ora dimmi, che diavolo ci fai qui?»
«Io ezzere kustote, kvi. Lisa mi afere detto ke saresti arrivata e kiesto me ti akkompagnare te fino a fillaccio.»
«Bene, allora già che ci sei dimmi… cosa c’è in questo fillaccio dove sembra che tutti mi vogliano mandare?»
«Tu no afere ankora kapito?»
«Oh, senti Franco, non ti ci mettere anche tu, eh» sto per dargli un’altra pacca sulla spalla quando mi ricordo le conseguenze della prima e fermo il braccio a mezz’aria. «Allora, caro Franco, vuoi dirmi che caspita c’è in questo villaggio?»
La Creatura esita vistosamente, al che, spazientita, decido d’incamminarmi comunque.
«E va bene!» urlo passandogli davanti «va bene, va bene. Devo scoprirlo da sola, ho capito. Non c’è bisogno che mi accompagni, anzi, sai che ti dico? Non ho bisogno proprio di nessuno, io.»
«Zignorrina Alize, tu aspetta me, per fafore» esclama Franco arrancando alle mie spalle «Ze Oskar ti fede arrifare senza ti me mi mette a pulire merta ti kafalli per un meze!»
«Vuoi saperlo? Me ne frego di questo Oscar e di quello che ti farà, sono ore che mi sballottate a destra e sinistra senza dirmi nulla, ora mi sono stancata.»

Nonostante il mio ritmo sia piuttosto blando, rallentato dalla curiosità che mi porta a scrutare con minuzia tutto ciò che ho intorno, Franco ha grandi difficoltà a starmi dietro; i suoi piedoni appesantiti da ferri da stiro ottocenteschi arrancano passo dopo passo, lasciando profonde orme nel vialetto di ghiaia. Eppure, a parte il mio bislacco accompagnatore, più guardo questo fantomatico mondo più mi sembra simile al mio, e non riesco a trovarci proprio niente di tanto eccezionale.
«Dev’essere un bel tipo, questo Oscar, se riesce a fare così tanta paura a un omone grande e grosso come te.»
«Bel tipo, Oskar, bel tipo, zì zì» mi risponde il vecchio Franco con fiatone da centometrista; nei suoi occhi vitrei mi sembra di scorgere un lampo di umano desiderio, costringendomi a scacciare in fretta e furia l’orripilante visione di Franco che fa sesso.
Tra cigolii e tonfi proseguiamo il nostro cammino a braccetto, quando in lontananza inizio a scorgere la sagoma di un grande castello.
«È lì che stiamo andando, Franco? Abita lì questo Oscar?»
«Zì zignorrina Alize.»
«Però… a quanto pare il signor Oscar non se la passa male, nel mio villaggio. Ma mi paga le tasse, almeno?»
Mi sembra già di vederlo questo nobiluomo d’altri tempi, seduto con le gambe accavallate su una poltrona di velluto verde, mentre sorseggia tè bollente avvolto nella sua vestaglia di seta, con i baffetti curatissimi rivolti all’insù e una grande libreria piena di copertine impolverate alle spalle.
«Ziamo arrifati» Franco sta già bussando al portone del maniero, sbattendo il massiccio maniglione tondo sul supporto di ferro.
«Ma questo Oscar ha le manie di grandezza o cosa?»
Faccio appena in tempo a finire la frase che davanti agli occhi mi si spalanca un paesaggio da fiaba: un cortile curato in maniera maniacale, pieno di aiuole punteggiate da fiori dai colori più accesi che abbia mai visto. Nel grande spiazzo al centro troneggia un’imponente statua equestre che raffigura un’affascinante fanciulla su un cavallo rampante; se le mie reminiscenze scolastiche non m’ingannano, dovrebbe trattarsi di una donna morta in battaglia.
Franco mi precede con il suo passo stentato fino all’ingresso, dove due guardie eleganti e composte, avvolte in abiti lussuosi dalla foggia piuttosto antiquata, lo congedano e mi prendono in consegna, scortandomi all’interno. Intorno a me si aprono ampi corridoi con le pareti decorate da enormi quadri, soffitti riccamente intarsiati, mobilio raffinato.
Le guardie mi conducono in un salone dove una ragazza dai lunghi capelli biondi sta armeggiando con un camino cercando di riattizzare il fuoco; i miei due angeli custodi sbattono i tacchi, si girano e se ne vanno.
«Benvenuta nel mio… anzi, nel tuo villaggio, Alice.» mi dice la fanciulla voltandosi verso di me.
Cavolo, se è bella. Ha due occhi azzurri grandi e luminosi, un fisico da velina esaltato da un’aderente divisa bianca, due gambe chilometriche fasciate fino al ginocchio da lunghi stivali neri e un nasino alla francese su cui spunta qualche lentiggine. Mi sembra di averla già vista da qualche parte, ora devo solo ricordarmi dove.
«Incantata, signorina. Mi hanno detto di cercare un certo Oscar, sa mica dirmi dove posso trovarlo? È suo padre, per caso?»
La bonona china la testa cercando di nascondere un sorriso.
«Vieni, Alice» mi dice porgendomi la mano candida e sottile «voglio presentarti una persona.»
E con una grazia che non riuscirei mai a descrivere, e infatti non la descrivo, mi porta nella stanza attigua, dove un fascinoso moro dai lineamenti gentili sorseggia un brandy seduto su un divanetto.
«Benvenuta, Alice, io sono André.»
Improvvisamente mi è tutto molto, ma molto più chiaro.
«André? Quell’André? Proprio quello lì?» esclamo deglutendo in maniera così rumorosa che temo di far venire giù i preziosi intonaci dal soffitto.
«Dépend» mi risponde ridendo «se per quell’André intendi André Grandier, oui, précisément
«E quindi tu… tu saresti… tu sei…» balbetto rivolgendomi alla dolce giovinetta.
«Oscar François de Jarjayes , in carne, manga e ossa.»
«Oh. Mio. Dio.»
E in un impeto di devozione mi prostro ai suoi piedi sbaciucchiandole gli stivali.
«Oscar! La mia Lady Oscar! Tu non hai idea di cosa sei per me, un mito anzi no, di più, una leggenda! Ma allora la statua… lì fuori, quella sei tu? Se penso a tutti i pomeriggi che ho passato con te, alle lacrime che ho versato per voi, e ora siete qui, insieme, magari siete anche sposati, e tu sei viva, sei viva, mio Dio! Sapevo che non poteva finire così, che non potevi morire, lo sapevo!»
Visibilmente imbarazzata, Oscar mi fa cenno di rialzarmi, mentre André se la ride spaparanzato sul divano.
«Alice, ora inizi a capire qualcosa del tuo villaggio?»
«Beh, oddio, ho una mezza idea, c’entrano qualcosa i miei miti giovanili? Ma… boh. Tu puoi spiegarmelo? Ma certo che puoi, tu puoi tutto, mia prode eroina!» e m’inginocchio di nuovo aggrappandomi alla sua caviglia, mentre Oscar cerca in tutti i modi di darmi un contegno.
«Embarrassé, mon coeur? Je crains que cette fille n’a pas compris rien…» ridacchia André.
«Arrêtez, André, s’il vous plaît! Ehm, Alice… così mi metti in imbarazzo… vieni, sediamoci. Ti racconterò perché sei arrivata fino a qui e cosa dovrai fare d’ora in poi. Però mi raccomando: basta prostrazioni, d’accord
«D’accordissim!» le dico spalancando un sorriso a sessantasei denti «però ti prego, parla in italiano, che l’unica cosa che so dire in francese è bidet…»
«Bidet?»
«Ah beh, giusto, dimenticavo che voi il bidet non ce l’avete. Poi un giorno mi spiegherai perché si chiama così, visto che pare esistere solo in Italia.»
«Je suis désolé, mais je ne comprends pas…»
«Niente, Oscar, lascia perdere. Me lo cercherò su wikipedia. Parlami di questo benedetto villaggio.»
«Bien
E strizzandomi l’occhio nel modo più ammaliante che abbia mai visto, m’invita a sedermi accanto al suo André.

 

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