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[BLOGNOVEL] Alice nel Paese delle paranoie, Cap. II

24/09/2012 di NayaN

Affondo nella poltrona scrutando attentamente tutto quello che ho intorno: di fronte a me Giuseppe storce il naso infastidito dalle bollicine della cola, Billy da sotto il tavolo mi guarda con il muso a punto interrogativo, mentre Lisa sembra completamente a suo agio nel lungo abito scuro e nei lucidi capelli corvini, che si confondono con la similpelle del divano.
Per essere una che ha trascorso gli ultimi cinquecento anni inchiodata su una tela, non sta messa per niente male.
Mentre sorseggio il mio caffè cerco di tirar fuori l’espressione più sicura e autoritaria che ho, evitando di palesare invidia per quel davanzale florido e candido che la Gioconda ostenta davanti ai miei occhi.
«E quindi…»
«E quindi?» esclama di rimando Lisa, aspettando una domanda che la mia povera testolina non ha ancora formulato.
«No, dicevo… e quindi, che si fa? Vi chiamo un taxi?»
Lisa e Giuseppe mi coprono con uno sguardo pieno di compassione, è chiaro che ai loro occhi sono una povera imbecille che non ha capito un bel niente.
E che diamine, va bene che sono sempre stata di ampie vedute, ma essere compatita dalla Gioconda e da un ragazzino vestito di stracci proprio no, eh.
«Va bene, allora parlami della vostra comunità, aiutami a capire.»
«No.»
No? NO? Va bene, Lisa, l’hai voluto tu. Mi sono morsa la lingua fino a ora per non chiedertelo, ma a questo punto mi vedo costretta a farti la domanda di riserva.
«Sentiamo: è vero che sei un uomo?» 
Aggrotta le sopracciglia, la mia Lisa, storce le labbra. Il suo sguardo, se possibile, è ancora più gonfio di pena di quello prima.
«Dimmelo tu!» mi dice dando le spalle a Giuseppe e alzandosi la lunga veste, mostrandomi un triangolino accuratamente  rasato che non lascia dubbi sulla sua identità sessuale.
«Mio Dio, Lisa!» le urlo portandomi le mani davanti agli occhi per difendere la mia decennale ed eterea visione della Gioconda «copriti, per l’amor del cielo!»
La sua risata sguaiata risuona tra le pareti avana del mio soggiorno; manco stessi ospitando la peggior baldracca del più malfamato carruggio genovese. Ma dico io, non si usavano le mutande, ai suoi tempi?!?
«Paura, eh?» mi dice ammiccando, mentre si avvicina pericolosamente «e vuoi sapere qual è la cosa più interessante, Alice?»
«Non ne sono più tanto sicura, sai?» rispondo ritraendomi nella poltrona.
«La cosa interessante è che io sono così perché sei tu a vedermi così. Quindi è inutile nasconderti dietro il perbenismo, so bene qual è la tua opinione su di me.»
E ride ancora. È senza vergogna, questa sfacciata. Mi chiedo cosa direbbe il vecchio Leonardo se la vedesse così; con tutta la fatica che deve aver fatto per renderla misteriosa e intrigante nei secoli dei secoli, quest’ingrata va in giro a mostrare le proprie vergogne alla prima stronza che incontra.
«Senti Monna Lisa, smettiamola. Io so perché siete qui. Sono morta, e tu non vuoi dirmelo, è così, vero?»
Ride a crepapelle. È qui da mezz’ora e non ha fatto altro che sfottermi. Capito, gente? Cinquecento e passa anni trascorsi ad ammirarla, a fare congetture assurde su di lei, il suo sorriso enigmatico, il panorama alle sue spalle, e il ponte, e il fiume, e lei… lei ride. E sfotte. Però.
«Ma quale morte, grulla!»
«Allora vuoi spiegarmi che succede? Perché tu e questo ragazzino siete in casa mia? Chi diavolo siete in realtà?»
«Testimoni di Geova. Siamo venuti a chiederti un obolo per la nostra comunità.»
«Ah… e non potevi dirmelo subito? Di là dovrei avere cinque eur…»
Mentre mi alzo noto che tutti e tre, compreso Billy, scuotono la testa rassegnati. Persino il mio cane ha capito che mi stanno prendendo per il culo.
«Ho capito, va… vieni, Giuseppe» esclama Lisa porgendo la mano al bambino e venendo verso di me; mi fa alzare prendendomi per un braccio «ha ragione Daniele, questa è talmente rincoglionita che ci vuole la terapia d’urto.»

Mentre Lisa prova a trascinarmi verso non so quale angolo di casa, punto i piedi e inizio ad accatastare una montagna di scuse, il cane, e Daniele? mia madre poi, tu non la conosci quella, aspetta! devo prendere il cellulare, la giacca, e se poi fa freddo? e le piante chi le annaffia? ma i suoi occhi mi penetrano come aghi, e non posso far altro che tacere meschinamente.
«Non ti servirà nulla nel luogo in cui stiamo andando.»
Ecco, lo sapevo, mi ha mentito. Cos’altro può significare questa frase se non che sono morta?
L’improvvisa serietà di Lisa mi lascia spiazzata, sembra un’altra persona rispetto alla goliardica Gioconda seduta sul mio divano pochi secondi fa.
Ma dopo aver ascoltato le sue parole, un’inaspettata sensazione di tranquillità inizia a pervadermi, andando a riempire tutti i buchi che quel maldestro incontro aveva lasciato aperti; l’idea di seguire quei due strani personaggi mi fa sentire coccolata, come se sapessi di andare in un luogo che il mio cuore sente incredibilmente vicino.
Lisa e Giuseppe mi tengono per mano, nessuno dei due accenna a parlare, mi lascio guidare attraverso il salone di casa mia come una scolaretta verso l’ingresso della scuola.
Lisa si ferma di fronte alla libreria e mi chiede di chiudere gli occhi, obbedisco. Mi sento scuotere per qualche secondo, come se stessi vorticando su me stessa.
Quando li riapro sono in strada, in uno dei vialetti circostanti la mia abitazione. Mi sembra tutto piuttosto simile all’ultima volta che l’ho visto, eccezion fatta per l’abbondante verde e la totale assenza di automobili parcheggiate.
Tutto qui?
Vedi, a saperlo prima, uno magari non avrebbe così tanta paura di morire.
Non so perché, ma mi viene istintivo seguire Lisa come fossi la sua ombra, finché la mia Madonna si ferma davanti a un portone che non avevo mai notato prima.
«Io sono costretta a fermarmi qui, con Giuseppe. Noi non possiamo più entrare ormai. Vedi quel cancello in fondo alla strada?» mi dice indicandomi un’enorme costruzione di ferro con le sbarre appuntite «È l’ingresso del villaggio. Vai, ora.»
«Senza di te non vado da nessuna parte» le rispondo con gli occhi pieni di pianto.
«Senti, Rossella O’Hara, non è il momento di fare sentimentalismi. Muovi le chiappe e vai.»
«Ma io… io… credevo che tu fossi il mio Virgilio!»
«Si certo, e tu il mio Google… e su!» mi apostrofa spingendomi alle spalle.
«Ma dove vado, da sola? Non conosco nessuno, non so nemmeno dove caspita mi trovo…»
Devo averla intenerita, perché mi prende la mano e inizia a parlarmi quasi sussurrando.
«Alice, ascoltami. Si può attraversare il cancello solo due volte. Chi decide di uscire non torna più; io sono stata costretta a varcarlo per rincorrere Giuseppe, perciò ora se vuoi visitare il villaggio, dovrai farlo da sola. Oltre il cancello troverai tante persone che hai conosciuto durante tutta la vita: loro ti aiuteranno.»
«Ma allora è vero che sono morta! Sto per incontrare i miei cari che non ci sono più?»
«Oh santa pace… sei senza speranza…None! Ti ho detto che la morte non c’entra una fava!»
«Perdona la domanda idiota… ma si può sapere cosa diavolo c’è oltre quel cancello? Io non l’ho mica capito…»
«E me ne sono accorta, maremma bona! Ero convinta che ci saresti arrivata, prima o poi… Non ho fatto altro che lasciare indizi da quando ti ho vista… E ti ho detto che sono così perché tu mi vedi così, e ti ho detto chi è Giuseppe, e ti ho fatta fermare al centro del tuo soggiorno per portarti qui, e ora ti dico che oltre il cancello ci sono persone che conosci… santa paletta, Alice, te tu sei proprio tonta!»
«Mi dispiace… non capisco…» dico fra i singhiozzi. Sto piangendo come una fontana.
«Fa nulla, fa nulla, su su… non fare così. Devo avvisarti di una cosa, però: se entri, rischi di non tornare più indietro. Ora dimmi, vuoi oltrepassare quel cancello?»
No che non voglio, non sono mica scema! Se posso scegliere allora me ne torno a casetta mia. Ora capisco… devo trovarmi in quello stadio sospeso tra la vita e la morte, quello della luce in fondo al tunnel, solo che anziché la luce io vedo un cancello.
Sto per girare i tacchi e salutarla, quando la mia voce va per conto suo.
«Certo che voglio.»
Ma che dici, cretina! Stai zitta!
Niente da fare, devo avere qualche disconnessione cerebrale, qualche neurotrasmettitore guasto. Non posso far altro che avanzare, e avanzare, e avanzare.
Mi giro per salutarli con un cenno della mano e mi avvio verso il cancello.

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