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[BLOGNOVEL] Alice nel Paese delle paranoie – Cap. I

23/09/2012 di NayaN

«Oddio, è tardissimo!»
La radiosveglia sul mio comodino segna le 19.44.
«Non è tardissimo, sei tu che sei rincoglionita» mi apostrofa Daniele dal suo trono di ceramica, appena rientrato dalle prove dello spettacolo a teatro «non ti ricordi che la radiosveglia va avanti di mezz’ora?»
Oh sì, cavolo. Ha ragione.
Un lungo sospiro mi accompagna durante il tragitto dalla stanza da letto al soggiorno. Sollievo o rassegnazione? Beh, certo che se sono arrivata al punto da non ricordarmi nemmeno dei miei ingegnosissimi stratagemmi per fregare il tempo, forse Daniele non ha tutti i torti a darmi della rincoglionita.
«Sai che ti dico, Dani? Chissenefrega. E poi Santo Stefano non è Santo Stefano senza la cena con i nostri amici, con gli avanzi di mamma e il partitone a scala quaranta, no?»
«Chissenefrega di cosa, Alice? Hai detto qualcosa?» mormora mentre mi raggiunge in cucina.
«Niente, niente.»
«Ah, okay, ho capito. Il solito pensiero terminato a voce alta?»
Dal cassettone della panca tiro fuori la tovaglia rossa, che fa sempre molto festa anche se puzza terribilmente di chiuso, e dalla vetrinetta del salone prendo il centrotavola che mi sono portata via da casa di mamma. È un lavoretto che ho fatto in quinta elementare, una di quelle cose che ogni sei gennaio penso di buttare via; sono talmente ferma nelle mie decisioni che ogni sette gennaio lo rimetto sempre al suo posto.
Bene, mi sembra tutto perfetto. Persino Billy, dopo aver abbaiato allo scooter scassato di Stefano che tossiva in giardino, ha deciso di mettersi a sonnecchiare sotto il tavolo, come nel migliore film natalizio che si rispetti.

Tra la consegna dei regali, i pezzetti di torrone, lo spumante e le troppe sigarette molti se ne sono già andati a dormire, e nel silenzio di casa mia s’intravedono i soliti quattro cretini, quelli che bevono più di tutti, fumano come turchi e aspettano sul divano di avere la forza per dare una sistemata, o semplicemente per andarsene al letto.
Solo Daniele sembra resistere ancora, visto che gironzola per la stanza come un animale in gabbia; evidentemente non è ancora stanco, mentre io al contrario penso di avere l’aspetto di una striscia pedonale.
Lo vedo muoversi con passo saltellante, trasportando piatti e bicchieri sporchi dal soggiorno alla cucina, mentre cerco una risposta per Veronica e Stefano che mi chiedono dove il mio compagno trovi tutta quell’energia.
«Ma che ne so… mica è Daniele, quello. Devono avermelo scambiato con un altro oggi pomeriggio, alla cassa del supermercato.»
È stranamente eccitato, mi nasconde qualcosa. E considerando che ha la stessa discrezione di una comare dal parrucchiere, non credo che tarderò a scoprirlo.
Incrocio il suo sguardo malizioso che fa capolino dalla cucina dopo l’ennesimo viaggio per sparecchiare, e sento che dall’altra stanza inizia a parlarmi della sua amica francese, Marie, che oggi è andata a trovarlo a teatro e gli ha portato un regalo davvero speciale e giù, con una sfilza di frasi completamente inutili.
Capisco al volo che vuole dirmi qualcosa, ma non lo fa perché ci sono ancora Veronica e Stefano.
Okay, è il momento di mettere in scena una delle mie migliori recite: la raffica di sbadigli per mandare via gli ultimi amici invadenti. Essere la fidanzata di un attore servirà pure a qualcosa, no?

Io e Dani rimaniamo soli sul divano, restano a farci compagnia solo le centinaia di libri stipati nella mia libreria. Ogni volta che guardo quegli scaffali penso che dovrei metterli in ordine, i miei adorati tomi; non credo che una signora acculturata e raffinata come Elsa Morante sia entusiasta di trascorrere le sue giornate accanto a quel porco depravato di Bukowski.
Daniele mi passa un braccio intorno alle spalle e mi scalda l’orecchio con parole profumate di moscato d’Asti.
Ascolto, mi piace. E mi piace anche l’odore del moscato.
«Va bene, ci sto» dico «ti fermi a dormire qui, amore?»
Pensandoci bene, non mi sento mica così stanca, sapete?


 

Mi sveglia di colpo il tonfo di un libro. Probabilmente era poggiato male sullo scaffale, è a terra, aperto. L’ho sempre detto io, che dovevo metterli in ordine. Mi sono addormentata un’altra volta sul divano, e la mia cervicale ha già iniziato a bestemmiare.
«Ma quanto ho dormito?»
Dalla luce che filtra dalle tapparelle sembra che il sole stia già tramontando.
Mi alzo con l’intendo di guardare il disastro che mi attende in cucina, considerando che prima di addormentarmi non ho messo a posto nulla, ma un urlo mi si strozza in gola.
«Oddio, è quello chi è?»
Nella mia sala da pranzo c’è un bambino, seduto al tavolo. Tiene tra le mani la busta di palloncini che avevo comprato per le decorazioni di ieri sera; non ci capisco molto di bambini, ma sembra più interessato a loro che a me.
Da dove caspita è entrato? Possibile che stamattina fossi talmente rincoglionita da aver lasciato la porta aperta? E Daniele dov’è finito?
Mi avvicino al bimbo, non ho idea di quanti anni possa avere, ma dubito più di cinque.
«Come ti chiami piccolo?»
«Mi chiamo Useppe.»
«Oh Giuseppe, che bel nome! Sai che ti chiami come il mio papà? E dov’è la tua mamma, Giuseppe? Come mai sei qui?»
«La mia mamma è impazzita dopo che sono morto, e sono qui perché mi sono perso. Stavo facendo una passeggiata nel parco e a un certo punto non ho più trovato la strada… così sono entrato qui.»
Uh? Okay, evidentemente sto ancora dormendo e questo è tutto un sogno. Anche perché se così non fosse, dovrei ammettere di essere impazzita anch’io come la mamma di Giuseppe, cosa che non mi entusiasma granché.
Sorrido e lo accarezzo sulla testa, con i cani funziona. Gli gonfio un palloncino dopo avergli chiesto di che colore lo volesse. Sembra contento con il suo palloncino rosso in mano.
Certo che è strano, ’sto Giuseppe. Non sarà morto come dice, ma quel faccino smunto e smagrito e gli occhietti infossati non gli donano certo un aspetto salutare, che sia un profugo? I suoi vestiti mi ricordano quelli di mio padre nelle foto da piccolo: calzoni corti, calzettoni marroni alti fino al ginocchio e un paio di scarponcini logori e consunti.
Ma appena arriva Billy il viso di Giuseppe si distende e s’illumina, sembra entusiasta.
«Anche io avevo un cane, lo sai?»
Ci metto un po’ a capire cosa dice, nonostante l’età parla ancora a stento. I suoi occhi azzurri iniziano a brillare di una luce che finora non avevo notato.
Mi scrollo via il torpore di questo strano risveglio e comincio a pensare a come rintracciare qualcuno che se lo venga a riprendere. Per carità, i bambini mi piacciono eh… finché rimangono degli altri mi piacciono molto.
Peccato che non sappia nemmeno da dove iniziare a cercare.
«Giuseppe, credi di sapere dove possiamo trovare la tua mamma? O il tuo papà? Magari possiamo telefonare, ti ricordi il numero di telefono di casa tua?»
«A casa non abbiamo il telefono, quando dobbiamo chiamare andiamo al bar. Il mio papà non l’ho mai conosciuto, mamma però mi ha sempre detto che era molto buono e che io ho gli occhi azzurri come lui.»
«E la mamma dov’è?»
«Non lo so! Ti ho detto che non lo so…»
«Ah beh, giusto, che cretina. Dimenticavo che è impazzita quando sei morto…»
Chiamerò la polizia, cos’altro posso fare?
Certo che non sarà facile spiegargli perché questo nano è in casa mia, dovrò inventare una storia più verosimile di quella raccontata da Giuseppe.
Forse ho solo bevuto troppo ieri sera. Ora mi sveglio e mi faccio una grassa risata.

«Giuseppe! Giuseppeeeee! Benedetto ragazzo, dove ti sei cacciato?»
Una voce di donna mi sveglia dalla catalessi, finalmente, cavolo! Lo sapevo che era solo un sogno. Aspetta però… oh Gesù, se chiama Giuseppe mi sa che non mi sono mica tanto svegliata.
La cosa inquietante è che la voce non proviene dalla strada, ma dalla mia camera.
Lascio di corsa il soggiorno e mi fiondo a palla di fucile lungo il corridoio. La donna mi viene incontro.
«Ma tu sei… ma io ti conosco!»
«E ci mancherebbe pure che non mi conoscessi, grulla!» l’inconfondibile accento fiorentino e il sorriso enigmatico mi tolgono ogni dubbio «non ti ricordi più di tutte le sere che abbiamo passato insieme?»
Minchia.
Ridacchia ancora mentre infila con cura il giacchino a Giuseppe, tutto intento a mostrarle felice il palloncino.
«Hai detto grazie alla signorina per il palloncino?»
«Certo, zia Lisa.»
Poi Lisa si rivolge a me, parlandomi come se fossi la sua migliore amica.
«Oh, scuotiti un pochino, bimba! Pare tu abbia visto un fantasma!»
«Ehm… sai, Lisa, non è che mi capiti proprio tutti i giorni di svegliarmi e trovare te in salotto… E questo bambino… voglio dire, chi è?»
«Giuseppe? Un figlio della guerra. La mamma, poverina, ha affrontato di tutto: stenti, povertà, la morte dei suoi stessi figli… La vita non è stata generosa con lei, e dopo l’ennesimo tiro mancino del destino, la sua mente ha iniziato a rifiutare la realtà, e così ora siamo io e il mio gruppo a prenderci cura di Giuseppe.»
Bene. Sono ufficialmente fritta. E notevolmente, indubbiamente, indiscutibilmente pazza.
Corro di nuovo verso il cellulare, cerco di chiamare Daniele ma non mi risponde. Quel cazzone non c’è mai quando ho bisogno di lui.
Dopo aver tentato invano di seguire le decine d’idee bislacche nel mio cervello, decido di dare corda agli scherzetti della mia follia, del resto se la Gioconda passeggia tranquillamente nel mio corridoio con le pantofole ai piedi, probabilmente anche Daniele è solo un parto della mia mente malata, quindi inutile starsi a dannare l’anima per cercarlo.
E se fosse soltanto un sogno? Beh, mi sveglierò prima o poi, tanto vale aspettare.
«Posso offrirti un caffè? Un bicchiere di cola per Giuseppe?»
«Te tu non ce l’hai un whisketto, cara?»
«Oh Gesù! Vuoi dare il whisky al bambino? Oddio, magari ai tuoi tempi si usava, ma oggi…»
«Maremma bonina, te tu sei proprio suonata allora! Fai codesto caffè, su…»
Preparo di corsa il caffè, prendo la bibita per il bambino e metto tutto su un vassoio, corro di nuovo dai miei ospiti e mi siedo sulla poltrona.
Non riesco ancora a capire cosa sto facendo, ma soprattutto non riesco a spiegarmi come sia possibile che la curiosità abbia preso il sopravvento sulla ragione. Dovrei mettermi a urlare, a strepitare, a sbattermi i pugni sul viso per riprendere possesso di me, e invece voglio solo chiacchierare con i miei strani ospiti per saperne di più di loro.
«Allora, Lisa, mi dicevi della mamma di Giuseppe… che ora lo cresci tu con il tuo “gruppo”… ecco, mi chiedevo… di che gruppo si tratta?»
«Una comunità molto unita, e Giuseppe è coccolato da tutti. Tu, grulletta, sei stata brava, hai messo su un villaggio pieno di persone molto in gamba.»
Oddio, sono sempre stata piuttosto distratta, ma se avessi messo su un villaggio, penso che me ne sarei accorta…
«Cos’è che avrei fatto, io
«Mia cara, non hai mai sentito parlare di “forza del pensiero”?» mi dice ridacchiando. E con la stessa naturalezza con cui una massaia parlerebbe del prezzo delle arance al mercato, prosegue nella sua spiegazione «Qualcuno ha fatto sforzi immani per crearci, finché sei arrivata tu e ci hai modellati tutti a tuo piacimento. La comunità, il gruppo, il villaggio, insomma chiamalo come ti pare, il posto dove viviamo, l’hai creato tu. Hai capito, ora, bischerina?»
Inizio a pizzicarmi le braccia, a prendermi a schiaffi sul viso, voglio svegliarmi.
Cazzo, voglio svegliarmi.
Ma non mi sveglio.
Magari è tutto uno scherzo di quegli idioti dei miei amici, ma mi sembra troppo anche per loro…. come avrebbero potuto organizzare tutto questo teatrino, fra l’altro coinvolgendo anche una creatura innocente e trovando la perfetta controfigura della Gioconda?
D’accordo, inutile pormi domande, ormai è chiaro che anch’io come la mamma di Giuseppe sono diventata pazza, oppure forse sono morta, ecco sì, sono sicuramente morta. Coma etilico, ci giurerei.
Magari morire è proprio questo, una donna e un bambino che vengono a casa tua per portarti via. Ma poi perché proprio la Gioconda e ‘sto piccolo profugo?
Forte della mia convinzione di non aver ormai più nulla da perdere, abbandono ogni reticenza e mi lancio nella conversazione.
«Capisco.»
In realtà non capisco un cazzo, ma ormai sono in ballo, e quindi balliamo.

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