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[RACCONTO] Ti fidi di me?

22/09/2012 di NayaN

Dovrei essere sul divano di Sofia a consolarla dell’ennesimo abbandono, a rimproverarla per l’ennesima storia sbagliata, a dirle che ormai, a trentaquattro anni suonati, non dovremmo più piangere per gli uomini. Dovrei essere sul divano di Sofia a fare la signora per bene, la moglie onesta, quella cui dispiace lasciare a casa il maritino ma proprio non può fare a meno di correre in soccorso della sua più cara amica. Dovrei essere sul divano di Sofia anziché in questo parcheggio gelido, dove vivo il mio consueto deja vu, poggiata al cofano dell’auto a inspirare boccate di veleno aspettando un uomo che non è il mio.

Stringo i lembi del cappotto al petto mentre schiaccio il mozzicone sotto le decolté di vernice; questo dicembre appena nato mi stringe nel suo alito di ghiaccio, la tramontana mi strangola, come la mano gelida di un assassino sulla gola di una puttana. Sono anche vestita come una puttana, truccata come una puttana. Ma le puttane si pagano, mentre stasera sono io a dover tirare fuori i soldi. Pago questo parcheggio, questa notte, questa stanza. Pago questo triste surrogato d’amore che con l’amore non ha niente da spartire, nemmeno le bugie.

Odio Sofia, perché posso sempre contare su di lei, ogni volta in cui ho bisogno di una scusa per allontanarmi da Giulio. Se la smettesse di assecondare questa mia follia, non avrei più scuse da servire per cena a mio marito. Odio mia madre, perché dice che una donna non deve mai aspettare che sia il suo uomo a pagare per lei. Se me ne fregasse qualcosa del denaro, avrei un buon motivo per non essere qui ad aspettare. Odio mio padre, perché crede che l’orgoglio abbia fatto più vittime della guerra. Se avessi ancora un briciolo d’orgoglio, avrei un buon motivo per farmi schifo. Poi penso a me, a tutte le volte in cui ho detto quei ‘sì’ sapendo di sbagliare, a tutte le volte in cui dicendo quei ‘sì’ ho mosso un passo verso la fine della mia innocenza. Penso a me e mi odio, perché ho ammazzato tutti i miei sogni.

Vorrei che ad aspettare Pietro davanti questa bettola ci fossero solo rabbia, rancore, consapevolezza. Vorrei andarmene, lasciandogli una lettera. Una lettera piena di quell’amore che non mi ha mai dato, per fargli sapere tutto quello che provo e che non ho mai avuto il coraggio di dirgli. Per dirgli che ogni volta in cui penso a lui, il cuore sbatte nel petto come una bestia in gabbia che tenta invano di liberarsi. Per dirgli che quando ripenso all’attimo esatto in cui entra dentro di me, tutto il mondo si allontana in silenzio e mi vergogno dei miei muscoli che iniziano a contrarsi, a pulsare di desiderio, a vivere contro la mia volontà. Per dirgli che quando sento il suo seme scorrermi sull’addome, un pezzo di me scorre via assieme a lui. Per dirgli che quando mi lascia, lo spazio e il tempo si sfilacciano, si sfibrano, si dilatano, e non c’è più nulla per cui valga la pena aprire gli occhi.
Vorrei andarmene per mettere fine a tutto questo, per recuperare la mia dignità e smettere di sentirmi una puttana. E invece resto qui, perché ho bisogno di riempirmi di quel piacere che mi servirà quando dovrò fingere di godere accanto a qualcuno che non sarà lui. È sempre stato così, da quando, tre anni fa, appartenevo a un’altro. Ed è così anche oggi che quell’altro l’ho sposato, per riempire il vuoto che Pietro mi lascia ogni volta in cui se ne va.

Sopravvivo grazie ai ricordi, chiudo gli occhi e immagino che al posto di Giulio ci sia Pietro. Immagino che sia la sua lingua a scorrermi sul collo, che sia la sua bocca a inghiottire nel buio tutti i miei sussurri, che siano le sue mani ad afferrare i miei desideri, a stringerli, a modellarli fino a farli diventare uguali ai suoi. Salgo sul palco e recito la parte della brava moglie, della sposa soddisfatta. E poi, quando cala il sipario, mi trasformo in un pezzo di scenografia, un giocattolo cui sono state tolte le batterie.

Pietro è il fallimento di vite vuote che si atteggiano di essere perfette. La mia, la sua, quelle delle nostre vittime inconsapevoli. Pietro non è amore, è necessità. È fuoco che mi scalda in questo inverno gelido, è luce che illumina questo parcheggio pieno di automobili. Ma dentro queste auto, Pietro non c’è. Lui non si avvicinerebbe mai così tanto a me qui, all’aperto, dove tutti possono vederlo. Lui non potrebbe mai essere uno dei due uomini che scendono da questa berlina nera, proprio davanti a me, e attraversano veloci lo spazio che ci divide. Mentre si avvicinano, sento puzza di alcol e di sporcizia appiccicata alla loro pelle, sento il tintinnio delle monete che portano nelle tasche dei pantaloni. Mi guardano, mi scrutano come fossi una bestia da circo al pascolo. Vanno verso l’ingresso dell’albergo, con passo lento, incuranti della loro miseria, dei capelli legati in una coda appiccicosa, dello stomaco gonfio che il cappotto ampio non riesce del tutto a nascondere. Spariscono velocemente dietro il portone di metallo, che inghiotte nel suo cigolio tutti i segreti di questa gente affamata di squallore.

È qui che io e Pietro abbiamo trascorso la nostra prima notte, in questo albergo da due soldi che spaccia sesso tagliato con le menzogne.

“Non fidarti di me, io gioco troppo” mi aveva detto la mattina dopo, mentre fumava annoiato la sua sigaretta guardando fuori dalla finestra, lontano già anni luce dalla notte appena trascorsa. Sul tavolino c’erano i resti della sua colazione, briciole di brioche e bicchieri di plastica macchiati di caffè. Io non avevo appetito; sazia di piacere come mai in vita mia, ero talmente felice da non rendermi conto che stavo morendo portandomi negli occhi il suo volto, nel naso il suo odore, nelle mani la sua pelle, nel cuore la sua assenza. Non gli avevo risposto. D’altronde la sua non era una domanda. Ma non poteva pretendere una cosa simile, non dopo quella notte. Era tardi, ero già ammalata di lui, avevo già un disperato bisogno di sentirlo scoppiare ancora dentro di me, di ingabbiare i suoi sussulti, di esaudire le sue voglie perverse.

Pietro ogni tanto se ne va, non so dove vada, ma se ne va. Forse da un’altra donna, forse a giocare, forse all’inferno. Pietro se ne va senza motivo, senza spiegare, lasciandomi nel buio di miseri pomeriggi invernali, nella solitudine di vivere accanto a un uomo che non capisce il mio dolore, il mio vuoto. Che non capisce che sono solo un giocattolo cui Pietro toglie le batterie.
Pietro se ne va, ma alla fine torna sempre. E oggi è uno di quei giorni in cui ha deciso di tornare. Vuole che tutto rinasca qui, dov’è cominciato tre anni fa. È tornato senza soldi, senza orgoglio, senza amore. Ma tutto quello che a lui manca, a me non serve.

Quando ha telefonato, avrei voluto dirgli di no, che valgo più di una logora camera d’albergo, ma non avevo più sogni da difendere. Così cerco di non inciampare nella ghiaia, faccio il mio ingresso e mi avvicino al banco della reception per suonare il campanello. Un uomo in divisa con aria svogliata e sguardo spento mi accoglie senza l’ombra di un sorriso. Tra di noi, ghirlande natalizie spennacchiate e flebili luci intermittenti, anticipo di un misero Natale che qualcuno trascorrerà qui, rincorrendo una felicità che non raggiungerà mai. Alle sue spalle, un televisore acceso sintonizzato su un gracchiante talk show. Donne grasse truccate come pagliacci fingono di litigare tra loro, mentre il tempo scorre inesorabile portandosi via minuti preziosi della mia vita.

“Ho prenotato una matrimoniale.”
“A che nome?”
“Donati.”
“Contanti o carta?”
“Contati” ovviamente.
“Numero centoquattro. L’accompagno?” mi chiede, sperando che gli risponda di no, per tornare a dedicarsi ai tristi clown alle sue spalle.
“Grazie, ma conosco la strada.”

Le poche certezze che ho affondano assieme ai miei tacchi a spillo nella moquette polverosa, mentre riproduzioni di quadri celebri appese alle pareti mi guardano severe. La porta della camera centoquattro è qui, a pochi passi. Lì dentro c’è la fine della mia dignità e l’inizio di una nuova solitudine. Lì dentro ci sono i sussurri degli amanti di passaggio e le promesse dei bugiardi di mestiere. Sono ancora in tempo per ripensarci, per tornare indietro, per percorrere a ritroso questo corridoio ignobile e lasciarmi tutto alle spalle. Ma io non sono né una signora per bene, né una moglie onesta. Sono solo una donna che ha bisogno di essere una puttana, ogni tanto. La puttana di Pietro.

Infilo la chiave: la stanza puzza di muffa, di chiuso, di sesso andato a male. Il letto è incavato, le pareti sono macchiate dall’umidità e dal sudiciume dei tradimenti incrostati sulle mura. Qui dentro il Natale non arriva.
Aspetto, piena di voglia e di ansia, come una bambina che aspetta la sua fetta di pandoro. Fuori dalla finestra le luci biancastre dei lampioni uccidono quel poco di romanticismo offerto da uno spicchio di luna crescente, mentre le auto vanno e vengono scricchiolando sulla ghiaia.

La macchina di Pietro arriva dopo qualche minuto; lo vedo attraversare l’intero parcheggio e fermarsi in fondo al viale, lontano da occhi indiscreti. Dal portabagagli tira fuori il sacchetto di un discount e s’incammina a passi rapidi verso l’ingresso. Vedo il suo respiro appannare l’aria, immagino il suo odore, sento un’onda calda che mi avvolge e mi annebbia i sensi. Mi liscio il tailleur sui fianchi, le mani corrono a sistemare i capelli dietro le orecchie, a lui piaccio così.
Apre la porta, mi saluta, mi abbraccia, mi bacia il collo. I suoi occhi neri scintillano di una luce sinistra, dalla bocca sottile tirata in un ghigno pende stanca la sua sigaretta.

Pietro posa sul pavimento la busta, poggia sul tavolino dalle gambe tarlate due bicchieri di vetro opaco e un paio di bottiglie di vino da tre soldi. Ne apre una e ne versa un po’ solo per lui, e senza dire nulla inizia a spogliarmi con una mano, mentre l’altra regge il bicchiere. È una tortura, un tempo infinito, un lungo sentiero di spine che mi separa dal paradiso. Prima la giacca, poi la gonna, e bottone dopo bottone la camicia. Reggiseno, slip, autoreggenti e tacchi a spillo: mi ritrovo più nuda dentro di quanto lo sia fuori.
“Guardati allo specchio” mi dice spegnendo il mozzicone in un posacenere di plastica.
Obbedisco, prima di voltarmi a osservare il suo profilo imperfetto e meraviglioso, mentre si strofina gli occhi con due dita: sta per dire una bugia.
“Sei bellissima” mi dice mentre lascia scorrere un dito sul mio addome.
“Dieci euro per comprare due flutes potevi anche spenderli” gli rispondo.
Sorride, si alza, versa altro vino, stavolta per me. Me ne lascia cadere qualche goccia sulla pancia per piegarsi sulle ginocchia e succhiarla via, poi mi chiede di bere dal suo bicchiere, lo faccio. Altro vino, poi mi bacia; sento la sua lingua dolce infilarsi in tutte le mie paure. Le sue mani dietro la nuca mi stringono l’attaccatura dei capelli, mentre l’alcol fa il resto. Vorrei smettere di tremare, vorrei dirgli di fermarsi perché non sopporto le scosse che mi devastano ogni volta in cui la sua lingua scivola dietro le mie orecchie. Bevo ancora, e poi ancora, e poi ancora.

Pietro lascia scivolare i miei seni fuori dal balconcino, li lecca, li succhia, li scopa con la lingua. Vorrei che dai miei capezzoli schizzasse curaro, per immobilizzarlo, per cristallizzare questo istante in un attimo infinito, per ucciderlo d’amore.
Ma Pietro ogni tanto se ne va, anche se stavolta non si allontana di molto; va di nuovo a frugare nella busta.
“Ti fidi di me?” mi chiede alzando lo sguardo, continuando la sua ricerca affidandosi solo al tatto.
“No.”
Sorride di nuovo. Ha trovato quello che cercava. Mi porta fino al letto, mi fa sdraiare prona, lega i miei polsi alla testiera del letto. Mi mette una benda nera sugli occhi.
Vuole giocare, è il suo regalo di Natale. Lentamente mi sfila gli slip, altrettanto lentamente inizia a leccarmi. Dalle caviglie fino alle natiche, indugiando dove solo lui può permettersi di entrare. Lui è il pittore e io, la sua tela incompiuta, a ogni pennellata inarco di più la schiena. Lento, inesorabile, mellifluo, Pietro entra in ogni poro della mia pelle, divenuta spugna per assorbire ogni istante di quel cammino verso il paradiso.

I suoi passi si allontanano, la porta cigola e poi si richiude, il rumore della busta di plastica mi riempie le orecchie. Sento ancora il vino che scende nel bicchiere, la scintilla di un accendino e qualcosa di bollente che mi cade sulla schiena: un dolore acuto, un grido mi si spezza in gola mentre il mio corpo si contorce e il piacere mi esplode in mezzo alle gambe.
Credo sia cera, cera che disegna una linea retta sulla mia schiena. Ancora l’accendino, ancora cera bollente, stavolta a disegnare una curva.
Immagino una “P” sulla mia schiena.
Pietro.
O più semplicemente puttana.
Una puttana di cera. Da scolpire, da sciogliere al calore di una notte di sesso, per poi farla sparire la mattina dopo, magari buttarla, magari modellarla per creare un oggetto nuovo.
Sento il rumore metallico di una fibbia che si sgancia e le sue mani che con decisione mi afferrano i fianchi per tirarmi su il bacino.
«Piega le ginocchia» mi ordina.
Non posso vedere nulla, sono un animale portato in dono al proprio Dio, chinata a carponi su quest’altare sacrificale con le braccia allungate e le mani legate alla spalliera. E mentre prego in silenzio per la salvezza del mio corpo e per l’estasi della mia anima, Pietro mi spalanca le gambe e mi entra dentro da dietro con un colpo secco.
Mi mette una mano davanti alla bocca. Due spinte profonde, poi si ferma.
“Ti fidi di me?”
Faccio cenno di no con la testa.
Ricomincia a spingere, una, due, tre volte, sempre più forte, va sempre più giù, affonda sempre di più. Sento le ossa del suo bacino premermi sulle natiche e il suo sesso nello stomaco. Mi lascia libere le labbra, sposta la mano sui capelli, tirandoli, strappandoli. Mi fa male.
“Ti fidi di me?”
“No.”
Ne voglio ancora. E ancora più forte. Credo di morire. Vorrei morire, senza prendere coscienza di dove finisca l’orgasmo e dove inizi il dolore. Sarebbe una morte bellissima.

Pietro si ferma e comincia a scivolare piano, dentro e fuori, fuori e dentro come un coltello nel burro ammorbidito dal calore di una fiamma. Dentro e fuori, come se stesse insegnando a qualcuno come si scopa una donna. Immagino il suo meraviglioso sesso lucido, orgoglioso e fradicio, che crudelmente mi riempie e ancora più crudelmente mi svuota, portandosi via tutto di me. Anche la dignità.
Lo prego di togliermi la benda, di farmi girare; voglio vedere i suoi occhi che si chiudono nell’attimo di piacere più intenso, e la sua bocca che si apre per accogliere i miei sospiri. Voglio conservare queste immagini per tutto il tempo in cui saremo lontani. Ne ho bisogno. Lo imploro, ma risponde di no.
Non si fida di me.
Ricomincia con la sua tortura, dentro e fuori, per vivere fuori e morire dentro. Se ne va ancora, provo a voltarmi, ma non riesco a poggiare le spalle. Sento il calore di Pietro accanto, sento il suo fiato sul collo. M’infila due dita in bocca, esplora anche quello, di buio. Le lecco, le succhio: sanno d’amore, del mio amore. Lascio la bocca spalancata aspettando che mi riempia la gola, mentre le lacrime già mi riempiono gli occhi: il dolore della fine è insopportabile. La solitudine si materializza assumendo le sembianze di mio marito, della mia vita senza Pietro. Solo il ricordo di questa notte mi farà compagnia fino alla prossima volta, la prossima volta in cui deciderà di giocare con me. Di rimettermi le batterie per qualche ora.
“Non ti muovere, rimani ferma così.”
Il letto si alleggerisce, Pietro si alza. Ancora rumore di mani che frugano nella busta di plastica.
Assaggio il sapore del cotone, un laccio, forse un’altra benda. Me la lega dietro la testa, spinge troppo sui bordi della bocca. Sento dolore.
Mi ritrovo sdraiata con il ventre poggiato su un lenzuolo sudicio, le mani legate a una spalliera di metallo scrostato, gli occhi ciechi e la voce prigioniera. Penso di non aver mai ricevuto un regalo di Natale così bello.
Ma poi mi bacia una guancia. È un bacio pulito. Quasi una richiesta di perdono. Quasi un addio. E io ho paura.
“Ti fidi di me?”
Non rispondo più. Sento dei passi che si avvicinano. Sento puzza di alcol e di sporcizia appiccicata alla pelle. Provo a divincolarmi, provo a urlare. Provo a morire. Ma non ci riesco.
“Ho mantenuto la parola” la voce di Pietro si allontana “adesso mantenete la vostra. Lasciatemi in pace.”

Rumori nella stanza. La porta che cigola ancora, e ancora si chiude.
Voci maschili che parlano una lingua che non conosco, scarpe pesanti che cadono sul pavimento, monete che tintinnano nelle tasche. Risate sporche, che annunciano un divertimento a senso unico. Li immagino entrambi con il maglione ancora addosso e il cazzo dritto all’aria, mentre si preparano a un’apocalisse di squallore che sta per inghiottirmi.
La puzza di alcol si avvicina, il materasso si piega sotto il peso di un incubo. La benda che Pietro mi ha messo sugli occhi si inzuppa di pianto, ma lui è già lontano. Lui non può sentire i miei singhiozzi, soffocati dal cotone che mi ha infilato in bocca per sopire i belati disperati del suo agnello sacrificale. Lui chissà dov’è, forse con un’altra donna, forse a giocare, forse all’inferno.
“Tu lì” dice uno dei due all’altro. Grugnisce come un maiale. Sento la sua pancia sudata sbattermi sulla schiena, mentre le lacrime mi solcano le guance e scivolano sulle lenzuola.
“Adesso tolgo questa” mi sussurra nell’orecchio l’altra voce toccando la benda nella mia bocca. I suoi capelli mi solleticano il seno; ricordo la sua coda di cavallo appiccicosa e un conato di vomito mi sale dallo stomaco alle labbra “se urli, ti ammazzo.”

Ti ammazzo. Freddo. Metallo. Sul collo, sulla gola. Un brivido gelido mi attraversa. Ho paura di muovermi. Ho paura di essere davvero un animale da sacrificare. L’uomo fa scivolare la benda via dalla mia bocca e mi poggia il cazzo sulle labbra. D’istinto le tengo serrate, uno schiaffo mi prende in pieno volto. Sento colarmi liquido dal naso, liquido che sa di ferro e si mischia con il mio pianto.
Voglio vomitare. Voglio morire. Voglio che questi due bastardi mi tolgano le batterie, per farmi tornare a essere il giocattolo inanimato che sono senza Pietro.
Poi, non sento più niente. Solo puzza. Solo dolore. Solo sporco. Dentro e fuori.
Sento rumore di fibbie di metallo che si allacciano, tintinnio di monete nelle tasche dei pantaloni. Vino che scende nei bicchieri e risate sporche; un accendino e l’odore di sigarette riempie la stanza.
Puzza di alcol e di sporcizia appiccicata sulla pelle che si avvicina per l’ultima volta, mischiata all’odore acre del sesso che ancora portano addosso. Il codino unto mi solletica la schiena. Nessun Natale arriverà a liberarmi dallo squallore, nessun sogno potrà mai rinascere. Li ho ammazzati tutti.

Un alito caldo mi lambisce le orecchie, la lama gelida si poggia di nuovo sulla mia gola. Poi, solo parole. Le ultime. Ma non sono per me, io non merito tanto. Parole vuote, fredde, dure come sassi lanciati in uno stagno che non le restituirà mai. Parole per Pietro.
“I debiti di gioco vanno pagati. Sempre.”

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