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[RACCONTI] Cattive compagnie

22/09/2012 di NayaN

«Dario?»

Dario spinge il suo carrello pieno di dolciumi e salumi sottovuoto tra i reparti del drugstore. Si volta, ma non risponde. Non è più il momento di avanzare pretese, ha già fatto il suo dovere, e sono da poco passate le undici di sera.
Vorrebbe solo tornarsene a casa e buttarsi a peso morto sul letto, anche se il materasso è vecchio e la rete cigola, anche se quell’impicciona della vicina di casa lo guarda dallo spioncino ogni volta che infila la chiave nella toppa. E pensare che se solo volesse, Dario potrebbe andare dall’amministratore e lamentarsi di quella maledetta vecchia che già alle nove di mattina ammorba tutto il palazzo con la puzza dei suoi cavolfiori bolliti e mette il televisore a tutto volume perché è sorda come una campana.

La giornata non è stata facile, ha fatto molto caldo; prima di entrare nel supermercato Dario ha guardato il termometro della farmacia all’angolo che segnava ancora 29 gradi. Era passato di là anche all’ora di pranzo e ne segnava 41. Non è possibile che faccia così caldo, ha pensato in quel momento. Però, anche se il termometro è rotto, Dario una doccia dovrebbe comunque farla, perché puzza di sudore ed è sporco. Ma pensa che può rimandare a domattina, si laverà prima di indossare i jeans puliti e la camicia a quadretti con le mezze maniche.

«Dario, non fare lo stronzo. Sai che tanto non puoi fare finta di niente. Rispondimi.»

Ma Dario non ha intenzione di rispondere. Si ferma davanti allo scaffale delle birre. Ne prende due, poi altre due. Osserva la sottile striscia di plastica che tiene unite le lattine, sembrano gli occhiali che portava da piccolo, quelli enormi con la montatura grigia, quando tutti i suoi compagni lo sfottevano e lo chiamavano Quattrocchi. Allora decide che no, le lattine non ne vuole. Le rimette sullo scaffale e va verso le bottiglie.

Paolo, il commesso che sta sistemando i whisky, lo osserva con circospezione, poi butta uno sguardo a Pamela, la cassiera bionda assunta da poco che stasera ha il turno di notte.
Paolo è convinto che Pamela sia troppo carina e troppo esile per fare la cassiera, specialmente la notte. È da tanto che lui lavora in quel drugstore, e tutte le cassiere che ha visto passare erano grassocce e con le tette talmente gonfie che i bottoni del grembiule azzurro sembrava stessero per scoppiare da un momento all’altro.
E tutte si lamentavano della luce al neon che c’era sopra la cassa, dicevano che le faceva sembrare pallide, che evidenziava i foruncoli e le macchie della pelle. Pamela no, non si è mai lamentata. Non ancora, almeno, ma forse è solo troppo presto. O forse è solo troppo carina e del neon non le frega niente.

«Dario, mi vuoi dare retta?»
«Ma insomma, che vuoi ancora?» esclama Dario voltandosi di scatto «avevi detto che quella del parco sarebbe stata l’ultima, che mi avresti lasciato in pace. Cristo, me l’avevi promesso! Vattene via, via!»

Dario riprende a spingere il suo carrello e si dirige verso la cassa.
La sua testa si muove con movimenti rapidi a destra e sinistra, i suoi occhi guizzano tra gli scaffali, cercando conforto, cercando qualcuno che lo aiuti ad allontanare quello stronzo. Possibile che in quel cazzo di supermercato non ci sia nessuno che voglia aiutarlo? Il suo monolocale. Il suo letto. La vicina pettegola. Ecco quello che vuole. Non quello stronzo che non gli dà tregua.

«La cassiera, Dario. Guardala: è perfetta.»
«Non lo farò. Lasciami in pace, o mi metto a urlare. Lo vedi quel commesso, lì? Se non mi lasci in pace, vado da lui e gli chiedo di chiamare le guardie.»
«Smettila, non lo faresti mai. Ma non ti piace quella cassiera?»
«No.»
«E invece ti piace. E piace anche a me. Devi farlo, Dario. Ti giuro che poi me ne andrò e non mi rivedrai mai più. Poi potrai dormire tutto il tempo che vuoi».
«Non ti credo, me l’hai già detto tante volte. Non lo farò.»

Dario inizia a sistemare i suoi acquisti sul nastro trasportatore. Sta sudando, le mani tremano, la vista si appanna, il fiato si fa più corto.

«Stanno per chiudere, tra poco uscirà dal retro, non ti vedrà nessuno».
«Zitto, basta.» mormora Dario, per non farsi sentire.
«L’ultima, Dario. Poi me ne andrò.»
Dario si volta di scatto, ancora una volta.
«Lasciami in pace, Cristo!» urla.

Paolo il commesso e Pamela la cassiera si guardano ancora. Forse stanno pensando che è il caso di chiamare la vigilanza, o meglio ancora, la polizia, ma non lo fanno. Perché Dario paga ed esce, e di persone un po’ strane in quel drugstore se ne vedono tante. La notte gira gente strana. La gente normale la spesa la fa di giorno. Non ne vale la pena, meglio non disturbare nessuno.

Un’ora dopo Pamela è in un vicolo dietro al drugstore, con la gola tagliata. Paolo è sopra di lei, sta piangendo. Sta bestemmiando. Doveva chiamare la vigilanza, sì, avrebbe dovuto.

Dario ora è in questura, l’ispettore Mori lo osserva dai monitor. Dario gesticola, si alza, parla, urla, si volta, si guarda alle spalle. Proprio come ha fatto poco fa nel drugstore, gliel’ha detto Paolo il commesso, a Mori.

Sembrava impaurito, gesticolava come un ossesso, si voltava in continuazione, parlava da solo.

«Ispettore» l’agente Carletti porge a Mori una cartellina blu «com’è andata?»
«Continua a dire che è stato costretto a uccidere da quel tipo che lo segue sempre» risponde Mori, dando un’occhiata ai documenti «anche la ragazza del parco l’ha fatta fuori lui. Brutta cosa la schizofrenia, Carletti, brutta assai. Portalo via, va’…»

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