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Cure sperimentali contro la morte.

16/04/2010 di NayaN

Ultimamente mi trovo a pensare spesso alla vita, al valore inestimabile che diamo a questi corpi mossi da un’energia che a un certo punto, inevitabilmente, si esaurisce. Mi trovo a pensare a quale gran fregatura sia, questa vita, che ti obbliga per tutti i tuoi giorni a credere nell’amore, per poi portartelo via, sempre, inevitabilmente, senza possibilità di appello. In un modo o nell’altro te lo porta via.
Mio padre non c’è più da tre mesi e due giorni, e solo una cosa mi ha fatto rendere conto che non ho ancora accettato la sua scomparsa; ogni volta che sono costretta a prendere tra le mani il certificato di morte per motivi burocratici, mi si stringe lo stomaco a leggere il suo nome accostato alle parole E’ MORTO. Non riesco a staccare gli occhi da quelle due stupide parole per qualche secondo, ogni volta. Sì, perché non so se avete presente com’è fatto un certificato di morte. E’ scritto tutto in minuscolo, tranne il nome del defunto e le parole E’ MORTO, messe su una riga a parte, seguite dalla data. Sembra che lo facciano di proposito. Ti sbattono in faccia la verità, la realtà, quasi a dirti, ehy bella, apri gli occhi, affronta te stessa e le tue paure, qui lo scriviamo talmente grande che non puoi fare finta di nulla.
Preferisco non pensarci, forse. Non pensare e non farmi domande. Non chiedermi se ha sofferto, cosa ha provato, non chiedermi se sarebbe ancora qui con un po’ meno di testardaggine e un po più di fiducia verso di noi.
Domande inutili, lo so. Ma avete mai provato cosa significa perdere un padre? Non è autocommiserazione, credetemi. E’ come se piano piano iniziassi a realizzare che ti manca un braccio, o una gamba. Qualcosa che hai sempre avuto, che ti è sempre servito e non hai mai pensato che un giorno non l’avresti più avuto. E’ un dolore subdolo e infido, che ti entra sottopelle e cresce giorno dopo giorno, come un cancro che non puoi curare con nessun farmaco che conosci. E allora provi una cura sperimentale, sperando che funzioni.
Non so se sia perché non voglio rassegnarmi ad averlo perso, o se sia perché in fondo non l’ho mai avuto, o se sia perché non mi ha mai lasciata.  Non lo so. So solo che mi manca tanto, mi manca l’idea che lui ci sia, e che in alcuni momenti ho bisogno di cullarmi in questo senso di smarrimento e di dolore. Ho perso tante cose negli ultimi due anni e mezzo, ho perso persone che penso di aver amato, ho perso fiducia, ho perso vigore, ho perso speranze, ho perso sogni, ho perso sicuramente più di quello che ho acquisito. Ma ci sono ancora. Forse crescere significa questo, abituarsi all’idea di perdere, o forse imparare a non aver bisogno di vincere.

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