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L’apetta furgonata e l’insalata di more.

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05/03/2010 di NayaN

E’ da quando te ne sei andato che provo a scriverti qualcosa, ma ogni volta che mi metto davanti a un foglio tutto quello che mi viene in mente mi sembra terribilmente banale e senza senso.
Così lascio sempre perdere, sperando che prima o poi le cose da dire verranno da sole.
E quello che è venuto sono solo ricordi.
Come quella volta in cui eri contentissimo per la nuova ape car che ti eri comprato. Ti era costata tanti sacrifici, quell’apetta furgonata. Dopo una vita vissuta senza la luce del sole, una vita passata ad andare a lavoro in motorino finalmente avevi un tetto sotto cui stare, un tetto per ripararti, in quelle notti d’estate e di inverno in cui a testa alta andavi ad affrontare la tua vita; la tua vita in quel panificio a cui hai dato tutto, anche la salute.
E poi la riempivi di pane per noi, quell’apetta furgonata. Ricordo che ogni volta che ci entravo dentro e tu me la facevi guidare, sentivo forte il profumo della farina nel naso.
Il tuo profumo era la fragranza del pane.
Poi, dopo poche settimane, qualcuno ha pensato bene di rubartela.
Ricordo bene la tua delusione, papà.
E allora ti sei rimesso in gioco, hai preso la patente e ti sei comprato quella golf di terza mano, sgangherata e piena di bozzi.
La sera, prima di cena, spesso andavamo a prendere mamma a lavoro, al centro. E ricordo quanto ti costava fatica… andavi a letto verso le due del pomeriggio e alle sette ti svegliavi. Ma io ero contenta in quei momenti; adoravo aspettare mamma sotto l’ufficio per poi tornare a casa con lei.
La golf ci portava anche in vacanza, a Grotte. Ricordi quelle mattine di agosto, quando andavamo nei roveti a raccogliere le more? Mamma si arrabbiava perché mi facevi tornare a casa piena di graffi.
Non avevamo nemmeno il frigorifero, i primi anni. Mettevamo la frutta nel lavandino, sotto l’acqua fredda, per rinfrescarla, e poi facevamo l’insalata di more al limone.
Mamma si arrabbiava anche quando mi portavi con te al bar, perché mi facevi assaggiare la birra. E si arrabbiava anche quando uscivi per andare a giocare a carte e mi facevi stare con te, diceva che non mi faceva bene respirare il fumo delle vostre sigarette.
Poi sei stato male, ti sei operato alla gola e non hai più potuto lavorare al panificio perché la farina ti faceva male, così sei andato in pensione presto.
Io sono cresciuta e me ne sono andata da casa troppo presto.
E poi, quell’estate, mamma mi chiama e mi dice che eri in ospedale. Un infarto. Ma ti eri ripreso subito. E chiedevi a Lino di portarti le sigarette quando eri appena uscito dalla rianimazione.
Eri un testone, lo sai?
Qualche anno dopo è risuccesso, ma quella volta l’infarto era stato troppo lieve per metterti paura.
Ci siamo visti poco, in questi anni.
In fondo ci siamo sempre visti troppo poco, papà.
Gli anni sono passati, tu sei invecchiato, io non avevo mai abbastanza tempo per voi. Mai. Se potessi tornare indietro non lo rifarei, papà.
A Natale ti ho regalato un bel maglione, lo portavi il giorno prima di andartene per sempre.
Te ne sei andato in silenzio, papà. Non hai detto addio a nessuno, non hai chiesto aiuto a nessuno. Stavolta il tuo cuore ballerino è stato più forte di te.
E io sono riuscita a dirti che ti volevo bene solo quando lui ha smesso di battere.
Ma è vero, credimi.
Perdonami se non riesco a dirti molto di più. In questo momento purtroppo le lacrime mi annebbiano la mente, non riesco a vedere nient’altro.
Questi due mesi senza di te sono stati tristi, papà.
Io spero davvero che tu possa sentirmi, ora. E spero di aver fatto qualcosa, in questi trentuno anni, che almeno una volta ti abbia fatto sentire orgoglioso di me. Perché io di te lo sono stata, anche se non te l’ho mai detto.
Ti voglio bene, papà. E mi manchi tanto. Mandami una carezza, ogni tanto.
La tua picchia Enrichetta.

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3 thoughts on “L’apetta furgonata e l’insalata di more.

  1. Luca78 ha detto:

    A costo di sembrare stupido scrivendo parole già fatte, magari trite e ritrite, ti dico che le emozioni che provi ora pensando a lui, così come la tristezza, sono indice di quanto gli hai voluto bene prima. E lui questo lo sa di sicuro.
    Un abbraccio!

    Luca

  2. Daria ha detto:

    :*

  3. Debora ha detto:

    Il tempo piu’ prezioso purtroppo lo dedichiamo spesso a chi non lo merita e lasciamo in un cantuccio chi ci ama veramente. Le persone care si danno troppo per scontate, sappiamo che ci sono e ci saranno sempre vicino a noi e quindi le parcheggiamo perche’ siamo convinte che quando ci “servono” sono li’ ad aspettarci. Ma il tempo passa velocemente e tutto accade cosi’ all’improvviso e non ci lascia spazio per recuperare i momenti persi. L’unica consolazione e’ credere che anche se i nostri padri non sono accanto a noi materialmente, sono da qualche altra parte dove ci possono guardare e continuare a trasmettere quell’amore che neanche la morte puo’ spezzare.
    Un abbraccio,

I commenti sono chiusi.

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