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Vieni, ti porto nella favola mia.

30/10/2009 di NayaN

Mi manchi amico mio. No, non mi fraintendere, non scappare, anche se so che dietro lo schermo non scapperai, la tua curiosità e il tuo bisogno di sapere ti terranno incollato a queste righe.  Non mi manchi tu, nè la tua pelle, nè il tuo sorriso, nè il tuo tocco. Mi manca la mia idea di te, quell’idea di uomo che mi ha lasciato l’amaro in bocca. Ma tu sei questo, nient’altro che questo, e la mia delusione non può che rimanere circoscritta nel solito fiume di pensieri che sfocia quasi sempre nel mare della crescita.
Sono stata attraversata dalle sensazioni più disparate accanto a te, sia quando c’eri fisicamente, sia quando il pensiero più profondo e il desiderio più materiale mi portavano vicino a te. Sono stata intrappolata nella nuvola provocata da quella sigaretta accesa 24 ore su 24, e in mezzo a tutto quel fumo non sono riuscita a distinguere la saccenza dalla paura.
Chissà se mi sentivi quando mi avvicinavo così tanto da poterti quasi sfiorare, da poterti quasi accarezzare, chissà se mi capivi quando ti guardavo chiedendoti di non soffermarti su quello che ti facevo vedere.
Tante volte ho sperato di trovarti quando chiamavo il tuo nome senza dirlo, magari cantando una canzone, leggendo un libro, guardando una fotografia, e a volte ci sono riuscita, ma è durato sempre troppo poco per illudermi che potesse essere reale.
Sei stato protagonista dei miei sogni, a volte anche di quel grande sogno che la gente chiama vita, ma quando mi svegliavo mi rimaneva davanti agli occhi solo una vecchia pellicola sgranata, logorata dal tempo, calpestata dalle migliaia di passi che ci avevo fatto sopra continuando a girare in tondo senza trovare una via d’uscita.
Ho preso tutto il buono e sto cercando di lasciarti tutto quello che non mi serve, perchè ho capito che invece a te è ancora indispensabile, ma vorrei che tutto quel peso superfluo che ti piega la schiena riuscissi a scrollartelo di dosso anche tu.
Vorrei che tu fossi un bruco prossimo a rompere il bozzolo per diventare farfalla, vorrei poter guardare le tue ali fragili che piano piano ti sollevano da terra e ti portano dove sarebbe giusto che tu fossi, non tanto perchè te lo meriti, ma semplicemente perchè per guardare dall’alto le persone devi necessariamente innalzarti tu, e non continuare ad illuderti che siano gli altri ad abbassarsi. Vorrei che tu ne fossi capace perchè io vorrei esserlo ma non lo sono.
Mi piaceva giocare con il tuo istinto fin quando il gioco non è diventato più grande di noi.
Non pensare che io ti stia colpevolizzando di qualcosa, l’unica colpa è la mia che mi sono ostinata a voler vedere qualcosa che tu non volevi mostrare, non importa che quello che sto cercando di dirti non sia questione di me e di te come entità unica, ma soltanto di te, e soltanto di me, e non importa cosa fosse questo qualcosa, non importa che questo qualcosa ci sia o meno, non importa se prima o poi ti deciderai di tirarlo fuori. Quello che importa è che io non ti ho rispettato, non ho rispettato me stessa, non sono stata coerente su niente. Solo nell’ultimo periodo ho riacquistato una parvenza di coerenza, evitando il contatto con chi non ritengo la persona che ritenevo fino a poco tempo fa. Ma non è giusto neanche questo, perchè anche questo non è altro che frutto della proiezione dei miei bisogni e della mia volontà.
Si può essere terribilmente brutali parlando di sentimenti, perchè i sentimenti sono la cosa più intima e più profonda di noi, sono tutto ciò che è soltanto nostro e per quanto possiamo sforzarci di circoscriverli con le parole, nessuno potrà mai veramente dar loro la stessa interpretazione che gli diamo noi.
Il sesso, quello no. Il sesso è di dominio pubblico, è qualcosa che unisce due persone molto più facilmente di quanto non faccia un sentimento, ma è un legame effimero, che non porta da nessuna parte.
Io sono così, e per quanto mi senta un animale in gabbia sotto molti punti di vista, ho imparato a dominare una buona fetta dei miei istinti cercando di lasciare fuori la parte più umana di me, perchè purtroppo è questo che il mondo ti richiede, il mondo ha paura dei sentimenti, il mondo ha più paura della fragilità delle ali di una farfalla appena uscita dal bozzolo che di un fucile puntato contro.
Stasera aiutata dal silenzio e dalla solitudine voglio chiederti scusa, perchè solamente così posso perdonare me stessa; per tutte le volte che ho avuto paura di non essere capita, per tutte le volte in cui ho creduto che dando voce all’anima il mio corpo si potesse indebolire.
Tutto ciò che ho rimproverato a te io lo faccio tutti i giorni e non me lo rimprovero mai. Questo non è essere migliori degli altri, non lo è affatto. Per questo stasera sono qui. E per questo ti chiedo scusa, sperando ancora una volta che tu riesca ad andare oltre il semplice significato delle parole che vedi scritte una dietro l’altra, e che nel loro insieme possono sembrare, a seconda degli occhi di chi le legge, un discorso d’amore, di rancore, di amicizia, di rabbia, di desiderio, ma che non sono niente di tutto questo, sono soltanto parole, una dietro l’altra, messe in fila nella maniera migliore che ho trovato per far si che io continui a sbatterci la testa finchè non imparerò che non c’è assolutamente niente che io debba far capire agli altri.
Io ho sperato che tu avessi più paura del fucile, per questo ho provato a volare, il mio bisogno di crederlo è stato più forte della necessità, seppur sacrosanta, di rispettarti e di rispettarmi. E le mie ali non sono state abbastanza forti da sorreggermi quando ti ho lasciato cadere.

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