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La giusta vibrazione

30/07/2009 di NayaN

Luisa aveva appuntamento con “l’altra” nel giardino pubblico situato di fronte alla scuola elementare dove insegnava. In una mano teneva il pacchetto delle sigarette e l’accendino, nell’altra un giubbino nero. La borsa a tracolla conteneva gli ultimi temi dei suoi alunni. Argomento: la famiglia. Di lì a pochi minuti avrebbe finalmente visto in faccia la donna per la quale suo marito stava per lasciarla dopo ventidue anni di matrimonio vissuti in una piramide di sabbia. Luisa aveva dovuto faticare parecchio per convincere Maddalena ad incontrarla, ora finalmente le sue paure avrebbero avuto un volto. Si incamminò verso la panchina accanto alla fontanella e si sedette poggiando il giubbino accanto a sé, come avevano stabilito per telefono la sera prima. Era in anticipo di qualche minuto, visto che aveva deciso di non partecipare agli incontri individuali con i genitori previsti per quella mattina; avrebbe avuto giusto il tempo per ripassare velocemente il discorso da fare, se ne avesse preparato uno. Ma non aveva voluto pensarci fino a quel momento, pensò che le parole le sarebbero salite spontaneamente dallo stomaco alla bocca senza soffermarsi troppo sugli angoli. E poi la vide. La immaginava diversa, Luisa, più giovane, più bella, più curata. Rabbia e soddisfazione pervasero i suoi 48 anni vissuti in quel metro e cinquantacinque. Una gonna scura che lasciava scoperte le ginocchia un po’ troppo grandi, le meches da ritoccare raccolte in un fermaglio da bancarella e una grossa borsa a tracolla, Luisa con una borsa come quella non ci sarebbe andata nemmeno al mercato. Maddalena si sedette accanto a lei spostando il giubbino.
«Buongiorno, come va?»
«Come vuole che vada? Come una a cui hanno appena portato via ventidue anni di vita.»
«Forse sarebbe stato meglio se non fossi venuta fino a qui, l’ho fatto solo per Nicola.»
«Ma se sono stata io ad insistere perché lei venisse qui…Anzi, sono contenta che lei sia venuta, ne avevamo bisogno entrambe.»
«Si, lo so che non è la prima volta che mi chiede di incontrarci, ma credo di non aver mai dato la giusta importanza a questa cosa, l’ho sottovalutata, ed ora mi sento terribilmente in colpa.»
Il tono della voce di Maddalena tradiva un tremendo sforzo per non sbagliare i verbi, e per nascondere quell’accento meridionale che sapeva di banchi lasciati vuoti in cambio di un banco di frutta.  Luisa iniziò a chiedersi che cosa ci avesse trovato Nicola in una donna come quella.
«Senta, professoressa Morganti» – proseguì Maddalena – «io vorrei solo sapere se posso fare qualcosa per evitare ulteriori traumi a Nicola.»
Luisa scoppiò in una risata isterica.
«Traumi? Non mi sembra che lui sia poi così traumatizzato! Anzi, mi pare che per lui sia molto meglio così. Comunque non sono professoressa, mi chiami pure per nome, tanto credo che lei lo conosca bene, il mio nome, considerando tutte le volte che l’avrà sentito.»
«Come preferisce, Luisa. Mi dispiace che non siamo mai riuscite ad incontrarci prima, magari le cose non sarebbero precipitate in questo modo.»
«Sinceramente non vedo in quale altro modo sarebbero potute andare. Lei non ha idea di quanto tempo ho trascorso in questi mesi a strangolarmi di dubbi, di sensi di colpa, quanto tempo ho trascorso ad immergermi nei se e nei ma prima di arrivare a capire che non avrei potuto fare niente per evitarlo. Evidentemente la strada di Nicola è questa, ed io non posso fare nulla di più per evitare che la imbocchi.»
Luisa aveva l’impressione che le sue parole cadessero nel vuoto cosmico di quella testa che ai suoi occhi serviva solo a reggere la crocchia di capelli, mentre i fogli protocollo che uscivano dalla sua borsa vibravano all’arrivo di un sms.
«Io non immaginavo che lei ci tenesse così tanto, davvero… Pensavo che lei non essendo madre non avrebbe potuto capirmi, e invece… Nicola è la cosa più bella che mi sia mai accaduta… Io so di aver sbagliato e sono qui per chiederle scusa, e per cercare di farle capire che spesso per un figlio si commettono sbagli enormi pensando di fare la cosa giusta…»
«Senta, non inizi con questa storia che io non posso capire visto che non sono madre, perché l’ho sentita talmente tante volte che se la sento ancora potrei vomitare. Si prenda le sue responsabilità e lasci fuori Nicola.»
«Ma non capisce che se sono qui è proprio perché non voglio più sfuggire alle mie responsabilità? Pensa davvero che non parlando della situazione di Nicola le cose si rimetteranno a posto da sole?»
«Mi faccia capire: dopo che ho sopportato tutto quello che ho sopportato, vorrebbe anche che io l’aiutassi a superare i suoi sensi di colpa? E poi cos’altro dovrei fare? Comprarmi un bel cilicio e chiudermi in convento?» – Luisa scoppiò in un liberatorio pianto isterico – «Ha ragione, non sarebbe dovuta venire. Lei e il suo egoismo mi fate schifo, se ne vada, si porti via Nicola ma faccia in modo di non incontrarmi mai più!»
«Mi avevano avvisata che non era un buon momento, ma non credevo che lei potesse arrivare addirittura ad insultarmi! Ora capisco perché suo marito l’ha lasciata! Non si preoccupi, Nicola non rimarrà con lei nemmeno un giorno di più!»
Luisa rialzò la testa che le era sprofondata tra le braccia e riuscì solo a vedere Maddalena che piangendo saliva al volo sulla corriera blu diretta a Pomezia. Fu percorsa da un brivido. Pomezia, Nicola, una donna con uno spiccato accento meridionale, i sensi di colpa, la sospensione del giorno prima, una madre assente… Prese il malloppo dei temi e cercò quello di Capobianco, le bastò leggere le prime righe per rimettere insieme i pezzi.
Quindi tirò fuori il telefono e lesse l’sms: “Arriverò con qualche minuto di ritardo. Mi faccia sapere se possiamo comunque incontrarci, Maddalena.”

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