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Le ali di Roma

15/07/2009 di NayaN

Alle due e mezza di notte, Roma era un deserto, nuda nel caldo opprimente.
Quasi tutti i suoi abitanti si agitavano senza posa tra lenzuola appiccicose, e quelli che non riuscivano a dormire bestemmiavano contro l’afa soffocante della notte, che nessun ponentino veniva a mitigare. L’afa del mese di Agosto sciroppava l’aria. Anche la luna si nascondeva, sudata. Lampioni di luce gialla esaltando con il loro colore il calore che saliva dall’asfalto, davano l’illusione di lasciare in ombra le saracinesche delle botteghe chiuse.
Tommaso, sul balcone, sbuffò l’ultima boccata di fumo, appoggiò la cicca sulla ringhiera e come faceva da bambino con le palline sulla spiaggia, mollò una schicchera. Una microscopica stella cadente volò dal terzo piano e prima di sedersi accanto ai suoi pensieri sulle mattonelle ruvide desiderò per un attimo di tornare ad essere quel bimbo spensierato che tutti prendevano in giro per quell’aria stralunata. Era tutto più facile a quei tempi, persino sopportare la sua diversità, quella stessa diversità che lo aveva reso così speciale agli occhi di Laura, e così spaventoso al resto del mondo.
Era bella Laura, bella come un fiore appena strappato alla sua terra non ancora appassito e pieno di quelle piccole spine, impercettibili ma pungenti più di quelle di una rosa. Tommaso aveva sempre pensato che le rose fossero state create da Dio soltanto per ingannare la gente e far si che non se ne cercasse l’essenza, perché una rosa è bella ma la sua bellezza è palese, non va rintracciata fra i petali, mentre uno stupido fiorellino di campo brutto e raggrinzito nasconde segreti che ai più non è dato neanche immaginare.
La vita in fondo era una vetrina, e Tommaso sapeva di vivere circondato da manichini.
Ma due anni fa incrociando lo sguardo curioso di Laura, una nuova dimensione squarciò all’improvviso la sua quotidianità. Lei era stata la prima ed unica donna ad essersi fidata di lui, della sua bocca sempre distorta in quella specie di sorriso ironico, dei suoi occhi nascosti dietro a lenti così spesse da renderli piccoli piccoli, quasi invisibili, della sua schiena curvata dal peso dei pregiudizi.
Laura, con le sue risate che esplodevano sempre in ritardo, come palloncini quando la festa era già finita, Laura con tutti i suoi vizi, con il bicchiere di vino mezzo pieno in una mano e la sigaretta nell’altra, e quel
sorriso stentato di un bambino che non conosce ancora il dentista. Tommaso capì subito che Laura era diversa.
Lei gli toccava la gobba sperando di vincere al superenalotto, lei cercava di rimettere a posto con le dita grinzose e ossute quella boccaccia storta, per tirarne fuori un sorriso vero, lei a volte perfino
bestemmiava quando voleva le sigarette e lui non correva immediatamente a portargliele.
Tommaso riusciva a percorrere i 25 anni che li separavano a velocità siderale; non contava nemmeno più quanti chilometri avesse percorso avanti e indietro, lungo il breve corridoio asettico che collegava i reparti di psichiatria e neurologia. Avrebbe tanto voluto darle un bacio prima o poi, un bacio vero, un bacio da film… ma non ne aveva mai avuto il coraggio.
“Tommaso, vieni dentro”
La voce materna di Teresa, la caposala, lo distolse dai suoi pensieri; sapeva di non poter stare fuori a quell’ora ma fece finta di non sentirla e lei, come sempre, lo lasciò fare. Tutti conoscevano Tommaso in
ospedale; arrivato pensando di andarsene dopo qualche settimana, come sempre faceva quando i suoi genitori lo costringevano a cure di cui non sentiva il bisogno, e ritrovatosi poi orfano di un incidente
stradale, senza nessuno dei suoi numerosi parenti disposto a farsi carico di lui. Era iniziata così la sua seconda vita, in quell’ospedale che lo aveva adottato ed era ormai la sua casa, la sua chiesa, il suo ufficio, la sua intera esistenza; esistenza che Tommaso accettò sempre con impercettibile rassegnazione, senza mai versare una lacrima.
Ma in quella notte d’estate inoltrata mentre persino le cicale si lamentavano per il troppo caldo, la sua vita era cambiata di nuovo, per l’ennesima volta. Ed ora era lì, appoggiato su quella ringhiera a tenere compagnia alle sue risposte. Pronto ad accettare il suo destino con consapevolezza, come Laura gli aveva insegnato in quei due anni trascorsi insieme.
Anche lei era un po’ pazza in fondo, ma di una pazzia sana, dettata
dall’esperienza di chi ormai sa convivere con la solitudine. Ricordò le sua parole, di quando gli diceva che per tutta la vita non si fa altro che abbandonare cose su cose, che non ci sarebbe stato nulla di così
spaventoso nell’affrontare quel distacco una volta in più.
Si girò per cercare conferme nei due piedini che spuntavano dal lenzuolo bianco, e vide che anche stavolta aveva ragione lei, non c’era niente di così spaventoso, tutto era tranquillo, tutto era immobile. Non c’erano più le auto con i loro clacson impazziti, non c’era più la puzza del disinfettante di Teresa, non c’erano più le risatine sarcastiche delle ragazze che lo additavano per strada.
Era sereno,Tommaso, finalmente.
Dalla tasca del pigiama prese la lettera che aveva scritto poche ore prima, e ridendo forte la strappò in mille pezzi, scaraventando i coriandoli bianchi al di là della ringhiera; guardò dall’alto le curiose figure bianche che si delineavano nel buio per poi sparire immediatamente e riapparire in forme diverse, come angeli che si avvicinavano, lo incantavano e poi come tutti avevano sempre fatto, lo abbandonavano.
Ma oggi quell’abbandono non gli pesava più. Quindi si girò e se ne tornò in camera, e avvicinandosi al letto di Laura scoprì delicatamente il suo volto solcato dal tempo e dalla malattia; era finalmente serena anche lei, le rughe si erano sciolte in un delizioso abbraccio che le cingeva gli occhi socchiusi, e la bocca era rimasta semi aperta, in attesa di quel bacio che da anni sembrava dover arrivare e che finalmente chiuse il cerchio di quell’ultima illusione.
Tommaso tornò in balcone e salì sulla ringhiera, con le gambe rivolte all’esterno, lasciandosi cadere nel vuoto con forza e allegria, come se qualcuno gli avesse mollato una bella schicchera sulla schiena, proprio
come faceva lui da bambino, con le palline, sulla spiaggia.
Un enorme stella cadente volò giù dal terzo piano, e mentre la luce rossastra dell’alba iniziava ad illuminare il cielo sopra il Colosseo, qualcuno giura di essersi svegliato in quell’afosa giornata di agosto assaporando un delizioso profumo di fiori di campo nell’aria satura del centro di Roma.

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