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D'Istinto

14/07/2009 di NayaN

In questa cella il tempo è stato lento, sì, ma breve. Perchè gli anni sono corti dove manca lo spazio. Fuori di qui le ore ci spaventeranno con la loro durata, i minuti si allungheranno e dovremo spingere la lancetta per farle completare il giro. Lo spazio che avremo davanti sarà una prateria sconfinata di ore, e i minuti: mandrie allo stato brado. Il tempo sarà una pampa argentina dove puoi uccidere una bestia, cucinarne un pezzo e avere solo l’obbligo di seppellire la carcassa. Così saranno i minuti, ne addenteremo qualche secondo, scaveremo un buco e ci seppelliremo l’avanzo non consumato. Ce la faremo, vedrai, andremo via, ci lasceremo indietro tutto questo squallore, gli obblighi, gli ordini, questa orrenda musica che ci sveglia tutte le mattine, e tutte le schifose abitudini che non abbiamo potuto fare a meno di prendere, ci lasceremo alle spalle i pentoloni di cibo immangiabile, i tubi verdi per lavarci, le carezze false di quegli uomini in divisa che ci offrono la propria compassione. Le abitudini, si, le abitudini. Cos’altro avremmo potuto fare? Dovevamo lasciarci morire? Tanto non sarebbe importato a nessuno.
Sembra ieri, e invece sono già passati nove anni.
Tu eri lì, con i tuoi occhi spalancati su quel piccolo mondo in cui eri nato, l’unico mondo che conoscevi, l’unico mondo in cui non avrei mai voluto farti vivere. Non hai idea di quanto mi sentissi in colpa, se solo fossi stata un po’ più cattiva, probabilmente non ci saremmo mai trovati in quella situazione. Ricordo perfettamente quando ti parlavo della vita fuori da quelle quattro mura, della libertà., quando provavo a farti capire che sapore avesse, e tu mi rispondevi sempre che stavi bene come stavi, che non avresti voluto vivere una vita diversa da quella.
Non ho potuto fare a meno di pensare che fossi un vigliacco, che avessi paura della libertà. Come si fa ad aver paura dell’unica cosa veramente nostra? E’ come aver paura della propria immagine, ti dicevo sempre “sei forse uno di quegli sciocchi gatti che inarcano la schiena e addrizzano il pelo quando si guardano allo specchio?”  
Alcuni si rassegnano, vivono tutta la vita senza speranze, senza sogni, senza desideri, come quella stronza che dormiva di fronte a noi; era lì dentro da anni, era diventata importante, mangiava cose diverse da noi e dormiva sola, mentre noi eravamo costretti a dividere i nostri spazi con chi non volevamo. Si, era diventata importante, almeno così credeva, e ci guardava con aria di sfida quando sbadigliando spalancava le fauci di fronte a noi.
Mi ricordo che quando ero piccola mia madre mi diceva sempre che il guaio della corsa dei topi è che anche se vinci, sempre topo rimani. E lei era rimasta un topo. Io non ce l’ho mai fatta, non potevo pensare di vivere da prigioniera senza colpe. Avrei potuto sopportare di osservare il mondo a strisce se avessi avuto qualcosa da pagare, ma così no, quella non era vita, era soltanto una punizione troppo severa da sopportare, anche per una come me.
Ricordi? Mi diceva sempre che ero matta, che non ce l’avrei mai fatta ad andarmene da lì, e che se anche ce l’avessi fatta, non sarei stata in grado di sopravvivere in clandestinità, soprattutto in un Paese come il nostro, che tanto mi avrebbero presa di nuovo e magari mi avrebbero ammazzata, e secondo lei me lo sarei meritato. Era una dei tanti entrati nella schiera dei rassegnati.
Quando quella notte ti ho detto che me ne sarei andata sei quasi svenuto, la tua prima reazione fu di chiedermi che fine avresti fatto tu, eri terrorizzato dall’idea di rimanere solo. Ed io sul momento non me ne sono resa conto, eccitata com’ero dall’idea di riprendermi quello che mi era stato tolto; non mi accorgevo che quella vita che inseguivo e che ti costrigevo a voler vivere non era la tua.
Hai detto che non mi avresti seguita.
Ti ho rimproverato, “sei uno stupido!”, ti ho urlato, “muoviti, alzati e vieni con me!”, ma tu non ti sei alzato, sei rimasto immobile a guardarmi.
Ho persino provato a trascinarti via con la forza, ma il destino ha voluto che in quel momento mi trovassi costretta a scegliere tra affrontare il nostro carceriere che si avvicinava oppure continuare a lottare contro la tua paura per portarti via con me, e il mio egoismo ha scelto per me.
Sai, in questi nove anni ti ho pensato spesso, mi sono chiesta spesso come fossi cresciuto lontano da me, ho sempre sperato che ci fosse stato qualcuno che si stava prendendo cura di te, magari proprio quella vecchia stronza. Ho lottato contro i miei sensi di colpa che comunque non sono mai stati abbastanza forti da farmi tornare indietro.
Non rimpiango di essermene andata, non ho mai cambiato idea, ho seguito la mia strada, nel bene e nel male.
Vivere nascosta da tutto e da tutti non è stato facile, sono scappata spesso, e spesso sono stata costretta ad essere molto più crudele di quanto non avrei voluto, ma è stato necessario per sopravvivere. Mi è servito a capire meglio gli uomini, li ho sempre criticati per il loro essere cinici e spietati, fin quando non ho capito che quando entrano in meccanismi più grandi di loro sono costretti ad esserlo. E’ sempre la paura a farci commettere gli sbagli più grandi, la paura è il sentimento dominante delle nostre vite.
Anche io, sai, anche io che parlo tanto di coraggio ed indipendenza mi sono resa conto che tutto quello che ho fatto l’ho fatto in funzione della paura. Paura di trovarmi nuovamente dietro le sbarre, paura del contatto con qualunque altro essere vivente, ed ho capito che sbagliavo quando ti giudicavo e ti criticavo, perché non sono affatto diversa da te. Quello che c’è di diverso tra noi è la strada che abbiamo deciso di seguire, tutto qua.
All’alba di stamattina ho sentito di nuovo quella musica, il mio primo istinto è stato di scappare.
Ma poi ho pensato a te, ed ho deciso di affrontare la mia vita senza preoccuparmi delle conseguenze.
Mi sono nascosta dietro ad un grosso cespuglio scrutando i movimenti del vecchio uomo in divisa che apriva i portelloni dei camion, mi aspettavo di veder scendere la vecchia stronza circondata dai suoi seguaci, ed invece eccoti lì, guidato dagli anelli di una catena che ti avvolge il collo, che cammini con passo lento e fiero mentre ti avvicini all’albero più imponente della radura, ed io non posso fare altro che guardarti orgogliosa da dietro un cespuglio. Perché nonostante tutto sei bellissimo, sei la cosa più bella che abbia mai visto.
Se fossi veramente libera come ho pensato per anni, ora ti raggiungerei anche solo per guardarti negli occhi.
Ti sei accontentato di un pasto al giorno, un tubo verde, un po’ di musica di cattivo gusto e qualche carezza finta ogni tanto, mentre io ho vagato lungo la prateria dello spazio e del tempo, addentando tutti i secondi di tutti i minuti trascorsi in questi nove anni, vivendo sempre nella paura di non farcela, nel terrore che tu potessi pensare che io avessi smesso di amarti, ma questa è la mia vita.
La tua ora d’aria è terminata, ti riaccompagnano nella tua gabbia, enorme, pulita, quella gabbia che nove anni fa era il regno della vecchia stronza, bella quanto vuoi, ma pur sempre una cella; ti allontani guardandoti distrattamente intorno, forse non hai nemmeno immaginato che la tua vecchia madre fosse a pochi metri da te, non hai sentito il mio odore, forse non ne sei più capace.
Strofino le mie unghie sul tronco sotto di me, aspettando nascosta che i camion del circo spariscano all’orizzonte lungo la strada polverosa.

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