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il puzzle

11/07/2009 di NayaN

Era passato circa un quarto d’ora dall’ultima volta in cui aveva guardato l’orologio, era uno di quei giorni in cui il tempo sembrava non passare mai.
La serranda quasi completamente abbassata lasciava entrare una brezza stranamente fresca per quel pomeriggio di giugno, l’odore del gelsomino arrampicato sulla ringhiera era decisamente troppo penetrante per il suo mal di testa allergico.
Elena aveva imparato ormai a convivere con i suoi sbalzi d’umore, sua madre, immaginando forse come sarebbe stata la sua vita, l’aveva dotata di un paio di gambe lunghe per scappare dalle abitudini e dalle situazioni spinose in cui puntualmente si infilava. Ma oggi l’apatia era seduta sul divano accanto a lei ormai da qualche ora, e non sembrava intenzionata ad andarsene, nemmeno dopo il thè delle cinque.
La tivù continuava a lanciare qualche lamento ogni tanto, ma niente di così insopportabile da poterle dare lo stimolo per rimettersi le infradito ed alzarsi.
Alzarsi… alzarsi poi per fare cosa? Per lavare i piatti? O stirare l’ultima lavatrice fatta due giorni fa? No, non ne valeva la pena.
Come al solito ci provò Stone a svegliarla dal torpore, già da una mezz’ora abbondante affacciava il naso bagnato da sotto al divano chiedendo impaziente la sua passeggiata pomeridiana.
Elena fece la solita resistenza inutile, chiuse gli occhi infastidita dall’ennesimo obbligo del suo quotidiano, Stone avrebbe potuto aspettare qualche altro minuto.
Tutto il mondo, in fondo, avrebbe potuto aspettare qualche altro minuto.
E poi si arrese. I movimenti pigri e svogliati che la portavano dal divano all’armadio contrastavano con la gioia di vivere di Stone, a lui bastava percepire un suo movimento per abbandonarsi alla felicità sfrenata che precedeva ogni sua uscita.
Si infilò un paio di jeans e si tirò su i capelli senza badare molto al suo aspetto a metà tra il cadaverico e l’assonnato, prese il guinzaglio ed uscì, strattonata da Stone che come ogni pomeriggio la trascinava lungo la via che portava al parco.
Subito dopo aver attraversato la strada il suo sguardo si puntò per qualche momento sulla coppia che scrutava i citofoni del palazzo di fronte al parco, sembrava stessero cercando il nome di qualcuno che proprio non riuscivano a trovare.
Elena pensò immediatamente a quello stronzo del suo amministratore di condominio, che da mesi le aveva promesso di mettere il suo cognome sul citofono, perché ogni volta il postino non la trovava mai, e lasciava sempre le sue cose al portiere, ed Elena non sopportava di dover andare dal portiere a prendere le sue cose.
Lei aveva appiccicato un etichetta con lo scotch sopra la copertura di plastica del citofono perché non era riuscita a capire come si togliesse quella fottuta copertura, ma qualcuno gliel’aveva staccata. Allora Elena ce l’aveva riappiccicata, con la rabbia e l’impotenza di chi sa che non sono quelli i problemi della vita ma allo stesso tempo non può fare a meno di incazzarsi come una iena. Ma qualcuno l’aveva staccata di nuovo, quella maledetta etichetta, e allora Elena si rassegnò a dover vedere ogni tanto il muso scuro del portiere.
Forse però la cosa che più le dava fastidio era che su quel citofono ci fosse ancora il cognome del suo compagno, o meglio, ex convivente, che se n’era andato da poco meno di un anno per correre dietro a quell’adolescenza che diceva di non aver mai avuto, quell’adolescenza che le aveva recriminato con una tale cattiveria che sembrava quasi fosse colpa sua se lui era dovuto crescere così in fretta…
“Chissà cosa cazzo c’entravo io, brutto stronzo…”, si era ripetuta spesso Elena durante l’ultimo anno.
In fondo Elena lo aveva sempre saputo che prima o poi sarebbe successo, ma aveva sempre nascosto la testa sotto la sabbia, illusa dalla solita speranza che forse tutte le donne hanno: a lei non sarebbe successo. E invece…
Magari anche in quel palazzo c’era un amministratore di condominio stronzo come il suo.
Tornando all’inizio delle sue divagazioni, si ricordò che la sua attenzione però era stata catturata dal vassoio di paste che la donna portava fra le mani, incartate in una confezione che le era molto familiare. Era la carta della pasticceria sotto casa dei suoi genitori, ed era strano che quella coppia fosse andata in quel posto dimenticato da dio a comprare le paste.
Non così strano, rifletté poi Elena, se anche quei due disgraziati abitavano in quel posto dimenticato da dio.
Non le piaceva tornare in quel quartiere, c’erano troppi brutti ricordi che le si buttavano addosso senza pietà ogni volta che parcheggiava la sua macchina in quella stradina senza uscita. Era assalita da un senso di oppressione ogni volta che la sua coscienza la obbligava a tornarci, e ogni volta che ci tornava non vedeva l’ora di andare via.
In fondo anche lei non aveva avuto l’infanzia e l’adolescenza che aveva desiderato, eppure non lo rinfacciava a nessuno, perlomeno non volontariamente.
Tutta quella povertà e quella rabbia, quella volgarità e la mancanza totale di speranze sputate in faccia alla sua normalissima vita finta borghese da impiegata modello, con un passato da povera rabbiosa esattamente come loro, la mettevano tremendamente a disagio.
Attraversando quel cortile poteva ancora sentire la puzza di bruciato delle macchine incendiate in piena notte, l’urlo di disperazione di quel ragazzo trovato nella sua cantina, morto con l’ago ancora conficcato nel braccio, lo stridio di quella frenata alle sei di mattina, quell’ultima frenata, che le aveva fatto decidere a poco più di 20 anni di andarsene per sempre.
Negli occhi di tutti quei ragazzi abbandonati agli angoli, dietro le colonne, riusciva a vedere perfettamente le paure e le ansie che tanto faticosamente aveva cercato di scacciare quando se n’era andata, armata solo di una borsa con pochi vestiti e la speranza di una vita più tranquilla, di una vita normale.
E adesso che l’aveva, quella tanto agognata vita normale, non le bastava, non le bastava per niente. Chi cresce come un cavallo selvatico non potrà mai essere felice a lavorare in un circo.
Forse fu proprio quella la sua fortuna, quel suo carattere spigoloso e a tratti glaciale che le permise di non attraversare mai la linea d’ombra. Sarebbe stato molto più facile lasciarsi andare a quella vita, cedere alle lusinghe della vigliaccheria, nascondendosi dietro sciocche giustificazioni, ma lei non lo fece, lei si amava troppo.
E da allora disprezzava i deboli, disprezzava tutti coloro che non ce l’avevano fatta, perché era convinta che se ce l’aveva fatta lei che non era nessuno avrebbero potuto farcela tutti, bastava volerlo.
Adesso che era una donna era circondata da persone che non capivano quanto fosse profondo il distacco che la dilaniava da sempre; le sue insicurezze e le sue debolezze non le vedeva nessuno, probabilmente nemmeno lei. E lei le manifestava con la continua ricerca di una nuova emozione, non voleva fermarsi, non voleva diventare come sua madre, non se lo sarebbe potuto permettere.
Ogni volta che attraversava quel cortile Elena lo faceva in fretta, fingendo disinteresse e distacco, cercando di non incontrare mai gli sguardi di quelle persone che per così tanti anni erano state l’unica realtà che lei aveva conosciuto. Non avrebbe saputo cosa dirgli, anche se sapeva bene che nel suo intimo più nascosto lei era ancora come loro.
Forse si era sempre sentita in colpa per essersene andata inseguendo il suo diritto alla vita, e forse quel senso di colpa si era sempre manifestato come il rifiuto totale verso qualunque forma di calore umano. Fino a quel giorno di 3 anni e mezzo fa.
Erano già passati 3 anni e mezzo da quando quella domenica aveva incrociato casualmente Alberto in quella pasticceria.
Quanti anni erano che non si vedevano? 12? 13? Troppi, sicuramente troppi perché lui la riconoscesse.
Anche lei stentò un po’ all’inizio a riconoscere il ragazzo spensierato ed allegro che anni prima l’aveva fatta tanto ridere. Ma i suoi dubbi si dissolsero non appena lo vide camminare dal banco verso la cassa, l’inconfondibile andatura di Alberto, che sembrava avere due molle sotto i tacchi delle scarpe, la riportarono con violenza all’inizio della sua inquieta adolescenza.
Credeva di aver dimenticato quel particolare, ed invece era soltanto chiuso in chissà quale cassetto della sua memoria, perché appena lo vide si chiese come avesse mai potuto pensare di dimenticarlo. Anche lui la guardò, ma il suo sguardo era assente, era il classico sguardo di chi si sente osservato e non capisce perché. Quando lo vide uscire con il suo vassoio di paste fra le mani, Elena istintivamente lo seguì fuori, e gli mise una mano sul braccio, cercando di scansare la custodia della chitarra che pendeva dalla sulla spalla.
Quel gesto la scosse profondamente, non era da lei comportarsi così, provò quasi vergogna.
Alberto si voltò sorridendo, aprendole le porte di un mondo che Elena pensava di aver ormai dimenticato per sempre. Forse anche lui l’aveva riconosciuta, prima, davanti al bancone, ma non le disse nulla.
Parlarono per qualche minuto delle solite cose, come stai, dove vivi, cosa fai nella vita, ed era come se intorno a loro si fosse formata una cortina di acqua tonica con una fettina di limone dopo un pranzo pesante.
Nonostante non ci fosse niente che li legava se non il ricordo di qualche anno passato sullo stesso muretto a raccontarsi cose stupide ed inutili, Elena si era accorta che quell’incontro aveva smosso qualcosa, anche se probabilmente era soltanto l’effetto di essersi vista allo specchio per la prima volta.
Trascorsero quella sera in compagnia di una bottiglia di rosso di quello buono; era come se lui riuscisse a leggerle nei pensieri, capiva tutto quello che lei pensava, lei iniziava una frase e lui la terminava esattamente come avrebbe fatto lei, era incantata da quell’alone di magia che le si era appiccicato addosso quasi per caso.
Tutti gli anni che erano passati non avevano fatto altro che renderli molto più simili di quanto non lo fossero anni prima, le esperienze che avevano avuto, la consapevolezza che avevano acquisito, tutto in quegli anni sembrava aver remato a favore loro. Era come se avessero percorso due binari paralleli ma distanti anni luce l’uno dall’altro, due binari paralleli che sfidando qualunque legge fisica alla fine si erano incontrati.
Davanti alle parole di Alberto, ai suoi gesti, ai suoi occhi così spudoratamente sinceri, talmente sinceri che la mettevano quasi a disagio, Elena capì che forse non era l’unica aliena rimasta in visita sul pianeta Terra, c’era qualcun altro che le somigliava nei modi di fare, di pensare, negli ideali, nei valori, nella fede. Si somigliavano persino nel modo di ironizzare e sulle cose per cui ridere.
Alberto era l’immagine di chi non si era ancora lasciato comprare da nessuno sebbene si fosse messo sul mercato continuamente, ma allo stesso tempo la sua leggerezza e la sua normalità, quel suo essere così profondamente simile a lei e così radicalmente diverso dal resto del mondo, l’avevano turbata.
Alberto non era (solo) l’uomo che lei voleva, ma anche la persona che lei avrebbe voluto essere, se la vita glielo avesse permesso.
“Sei una cretina, una cretina, una cretina! Smettila di farti tutte queste paranoie e digli quello che pensi”.
Quello che pensava era di volersi abbandonare su quel sedile e svegliarsi in qualche strada di campagna dove poter parlare per tutta la notte, fermarsi a prendere un caffè in qualche trattoria, di quelle vecchio stile con il caminetto acceso dove i proprietari ti sorridono sempre, accompagnata da quella voce che non ricordava così profonda e decisa ma che in quel momento le piaceva così tanto; e magari dopo il caffè prendere anche l’amaro, seduta sul bracciolo di quella poltrona verde proprio di fronte al camino. Oppure correre via su un treno senza fare il biglietto, verso chissà dove, con il finestrino aperto fumando sigarette di nascosto, cercando di ridere a bassa voce per non farsi sentire.
Avrebbe voluto chiudere gli occhi e ritrovarsi nella camera di un piccolo albergo di un piccolo paese di una piccola montagna, con una bottiglia di spumante, due calici di plastica e tanta cioccolata sul comodino, una camera dove poter fare l’amore senza poi addormentarsi, per non correre il rischio di svegliarsi l’uno accanto all’altra, e poi magari girarsi una canna d’erba e ricominciare da capo, per poi addormentarsi, da sola o con lui ma senza più preoccuparsi del sonno che incombeva; oppure affacciata alla finestra di un appartamento a Bologna guardando i tram sotto di lei mentre la tivu in sottofondo annunciava la vittoria dei comunisti alle politiche, o al limite, su una spiaggia con i granelli freddi a consumarle la schiena mentre lui suonava la chitarra davanti ad una candela di citronella che bruciava contro le zanzare. Avrebbe voluto essere dovunque tranne che sotto gli angosciosi mattoni rosa del suo palazzo.
Prese la borsa, lui scese per salutarla, era in piedi a guardarla fermo, fuori dalla sua auto. Elena si fermò davanti a lui, si guardarono per qualche lunghissimo istante senza dirsi nulla. Alberto sorrise. Forse anche lui come Elena in quel momento stava pensando di aver trovato quel pezzettino del puzzle che si incastrava alla perfezione tra l’ultimo bicchiere della giornata e la testa poggiata sul cuscino, forse anche lui ne aveva paura.
<<Portami via, andiamo al mare o in montagna, o magari alla stazione, oppure a Bologna, così forse i comunisti finalmente vinceranno e saremo entrambi contenti, ti prego ti prego ti prego, portami via, non andartene, non andartene adesso…>>.
Ma tutto questo rimase aggrappato agli angoli della sua bocca; gli disse solo “buonanotte”, accompagnando le sue parole con un improbabile bacio sulla guancia, poi se ne andò traballando sui sandali troppo alti per le sue gambe lunghe e magre e come suo solito se ne andò senza voltarsi. Chissà quale fantomatica dignità doveva difendere quella volta.
Il sole era sceso completamente dietro la collinetta della scuola, la coda di Stone sbatteva impaziente da sotto al divano, due occhioni imploranti le si erano incollati addosso da quando si era appisolata; Elena fu svegliata dall’arrivo di un sms, era Daniela che le ricordava il concerto di quella sera. Stiracchiò pigramente le braccia verso il soffitto color vaniglia del suo soggiorno.
<<Non riesco nemmeno più a decidere il finale dei miei sogni. Ma poi, chi cazzo sarà ‘sto Alberto?>>
Era arrivato il momento di richiudere la scatola con il puzzle ancora da finire, ed alzarsi da quel divano per correre al parco con Stone, inseguendo la sua anormale normalità.

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