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nella notte

11/12/2008 di NayaN

Conosceva bene quell’odore pungente, odore di cantine e muffa che ristagnava da anni nell’ombra dei suoi silenzi. Camminava a passi lenti lungo la via stretta, dove il tempo sembrava essersi fermato, come in uno di quei giochi di atmosfera medievale dove tutti si mascherano per cercare di catturare la strega, che gira indisturbata per i vicoli e le strade mimetizzandosi tra i visi conosciuti che danno sicurezza; quella stessa strega che quando finalmente la catturi la guardi per la prima volta dritta negli occhi e ti accorgi che ha gli stessi tratti della tua migliore amica.
I lampioni a lanterna emanavano luce arancione, messi li’ apposta per illuminare la coda dell’ultimo gatto che scappava veloce dietro ai secchi dell’ immondizia. Dalle ciminiere di qualche caminetto uscivano ancora  i rivoli di fumo degli ultimi intrepidi e soliti nottambuli. Immaginava cosa stessero facendo le persone rinchiuse in quelle case, dalle piccole finestre che si affacciavano sulla strada usciva solo malinconia. Nell’incoscienza tipica di quegli anni non pensava minimamente a nessuna delle innumerevoli cose che le sarebbero potute accadere durante quel tragitto; l’unica attenzione che aveva era di non scivolare sui ciottoli umidi che la guidavano verso il portoncino di casa.
Il silenzio di quei luoghi, a quell’ora della notte, era irreale. Poteva ascoltare l’eco dei suoi passi rimbombare sui muri carichi di muschio, forte ed inquietante come l’esplosione di un palloncino quando i bambini della festa sono già andati tutti via. I pensieri si rincorrevano nella sua mente con la stessa velocità delle nuvole all’avvicinarsi di un temporale, e come nuvole si sovrapponevano l’uno all’altro, il successivo era sempre più grigio del precedente, sempre più carico di pioggia, pronta a scatenarsi sulle sue aspettative e sui suoi desideri. Respirava a pieni polmoni quell’aria famigliare, cercando di espirare tutti i cattivi pensieri attraverso le maglie della sciarpona di lana nera pesante che le avvolgeva metà del viso. Faceva freddo, ma  soltanto fuori. Dentro di lei era un continuo accendersi di scintille che le infuocavano l’anima, pronte a diventare incendi anche solo con un mozzicone spento male.
Frugava nelle tasche del giacchetto per cercare la chiave di casa, mentre i lunghi capelli scuri le cadevano a ciocche pesanti sul viso. Il fondotinta le lasciava sempre quell’alone marroncino sul collo dei maglioni e sulla sciarpa, lo odiava. Sarebbe bastato che evitasse di truccarsi, ma la donna che sbocciava in quegli anni era in continuo conflitto con il bambino rissoso che aveva ancora voglia di prendere a parolacce i vecchietti, di suonare alle porte per poi scappare, di andare al lago di nascosto di notte, con la moto, senza casco. Invece erano sempre di meno le cose che poteva fare di nascosto, e paradossalmente tutta la libertà che si era guadagnata adesso le pesava; iniziava a sentirsi sempre meno bambino e sempre più donna, apparentemente contro la sua volontà.
Ogni tanto si girava per guardarsi indietro, aveva la sensazione che qualcuno la stesse seguendo, ma non c’era nessuna ombra a confermare quella sensazione. Dietro di lei c’era soltanto la scia dei suoi passi, che asciugavano i ciottoli umidi per qualche secondo per poi tornare a brillare sotto la luce fioca arancione. All’improvviso pero’ si accorse che qualcuno c’era davvero.
(TO BE CONTINUED… forse)

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