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Il fenomeno della rimozione.

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02/11/2008 di NayaN

Inizio seriamente a preoccuparmi per il crescente numero di cose che non ricordo di aver fatto o che peggio ancora, ho completamente ed inesorabilmente rimosso dalla mia coscienza. Come al solito ho provato ad analizzare la cosa, ma non ho trovato spiegazione che soddisfacesse il mio intelletto. Grave, gravissimo. Non sono riuscita a trovare un nesso logico tra le cose che altre persone mi dicono che io abbia fatto e le ragioni per cui non ricordo assolutamente di averle fatte. Ho chiesto aiuto anche al caro Sigmund, ma quello che mi ha risposto non mi ha convinta poi così tanto. Da quello che ho capito, tutte le esperienze che rimuoviamo vengono classificati come “traumi”; da non intendersi nell’accezione assolutamente negativa del termine, ma come esperienze che toccano in un modo o nell’altro qualche corda particolare del nostro essere. Come afferma  lo stesso Freud nel suo saggio sulla Storia del movimento psicoanalitico il concetto di rimozione appartiene a quella categoria di concetti, accanto a quello di inconscio, che costituiscono “il pilastro su cui la psicoanalisi poggia tutto il suo edificio teorico e la sua prassi terapeutica”. La rimozione, che allontana dalla coscienza i desideri inaccettabili, è il più classico e importante fra i meccanismi di difesa: “essa assicura che i desideri incompatibili con la realtà, le richieste pulsionali e ancora altre spinte motivazionali rimangano inconsci o vengano camuffati”

Il trauma si determina quando l’omeostasi, che potremmo anche chiamare la tendenza dell’entità somatopsichica a mantenere la forma, è talmente turbata che i meccanismi di regolazione automatica di cui dispone, diventano estremamente inadeguati: quando i sistemi di regolazione non possono più controllare l’afflusso di massa o energia all’interno del sistema, e non sono più adeguati per la loro trasformazione e ridistribuzione, si costituisce una situazione traumatica. L’unica risposta di cui dispone il sistema è quello di trascurare il controllo della distribuzione dell’energia in una sua parte, che subisce una trasformazione, per assicurare la sopravvivenza dell’insieme.
Immaginiamo una qualunque entità psicobiologica in stato di quiete che viene turbata da uno stimolo qualsiasi che per comodità possiamo indicare come l’applicazione di un vettore, di una quantità di movimento, che altera questa forma. Per il principio di azione-reazione la struttura tenterà di ritornare allo stato pre-traumatico (si pensi all’azione di deformazione di una molla: al cessare dell’applicazione della forza deformante tenderà a riassumere la forma originaria).
Possiamo immaginare la vita di ognuno di noi e, tutto sommato, di qualsiasi entità, come la successione reiterata di eventi deformanti e di tentativi di recupero della forma originaria, tentativi sempre meno possibili, in modo proporzionale al trascorrere del tempo. Se lo stimolo deformante proviene dall’esterno provocherà una forma di eccitazione (surplus di energia non vincolata) che diverrà tensione, che darà luogo al dispiacere. Il soggetto tenterà di ristabilire il principio di piacere, vale a dire eliminare la tensione, ma se questa tensione non viene eliminata, essa aumenterà, attivando un segnale di pericolo che si può esplicitare nello sviluppo di ansia o di angoscia. La difesa sarà quella di allontanarsi dallo stimolo per mezzo della fuga. Allontanarsi dallo stimolo in maniera più o meno veloce a seconda di quando si prende atto del fatto che questo stimolo sta diventando pericoloso. La soglia dell’endopercezione della situazione di pericolo varia da persona a persona.
Tuttavia se la situazione di stimolo non proviene dall’esterno bensì dall’interno la fuga fisica non è possibile. Se la stimolazione che procura l’eccitazione, tensione, dispiacere, pericolo, ansia, angoscia, proviene da dentro, in qualunque direzione si fugga, in qualsiasi luogo si vada, porteremo con noi la situazione traumatica.
Quale sarà, dunque, la prima trasformazione che l’entità psicobiologica cercherà di realizzare non riuscendo ad applicare il semplice meccanismo della fuga dalla fonte di dispiacere? Sarà cercare di attribuire all’esterno lo stimolo spiacevole: la proiezione è il meccanismo difensivo primario in senso assoluto. La vita psichica origina da proiezioni, movimenti che vanno dall’interno verso l’esterno. La stimolazione spiacevole che proviene dall’interno è spostata verso l’esterno. Il mondo diventerà, a poco a poco, il teatro del nostro piacere-dispiacere.

FIn qui, tutto bene (o tutto male), nel senso che concordo con lo zio Sigmund; personalmente ho rimosso situazioni vissute con sensazioni di estremo piacere con persone che però successivamente si sono rivelate devastanti per il mio equilibrio. Ergo, anche il ricordo di qualcosa di estremamente bello vissuto con una persona di cui successivamente ho avuto una pessima immagine, è stato cancellato. E come penso sia normale che sia, di questa persona ricordo invece perfettamente tutta la parte negativa. Credo sia una sorta di associazione di idee necessaria per la mia sopravvivenza psichica.
Il problema però si pone nel momento in cui mi fanno notare di aver dimenticato anche situazioni apparentemente innocue. Dimenticato forse non è il termine più esatto, diciamo che non riesco assolutamente ad accettare che siano successe davvero, perchè sono convinta che non siano accadute… O_o Forse questo è il caso relativo a quelle situazioni reputate totalmente inutili dal mio cervello, che pensa non valga nemmeno la pena tenerle in qualche angolo.
Il che significa che probabilmente non c’è più abbastanza spazio per tenere dentro tutti i ricordi e sto cominciando a buttare via le cose inutili, ergo, ci sono state troppe cose da mettere nella soffitta della mente, ergo sono passati troppi anni, ERGO… sto invecchiando, e il mio cervello ci tiene a sottolinearlo. Ti ringrazio, carissima materia grigia, però avrei vissuto benissimo anche senza tutte queste attenzioni…
Comunque resta il fatto che finchè qualcuno non mi porta le prove, continuerò a non credere di aver fatto cose di cui quasi un po’ mi vergogno… !!!

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2 thoughts on “Il fenomeno della rimozione.

  1. Pablo Tozzi ha detto:

    Intanto va mossa, a mio avviso, una critica decisiva all’interpretazione freudiana: essa sottende l’interpretazione della rimozione in base a una causa finalis, infatti istituisce un nesso funzionale tra rimozione e funzionalità dell’organismo nel complesso. In ciò l’ideologia freudiana ( e psicoanalitica in genere) risente della visione “ingenua” della biologia di stampo positivista. La psicoanalisi, in generale, ha l’ulteriore pecca di nonb nessere falsificabile, né in essa è dato distinguere tra enunciati assiomatici ed enunciati empirici. Lo psicoanalista parrla pur sempre di ciò che “intuisce”, non di quantro verifica.
    Tralasciando queste polemiche, direi che nel tuo caso la spiegazione è più semplice: c’è stato un cambio di passo, non un semplice mutamento. Stenti a riconoscerti nella donna che sei stata, per un periodobreve o lungo. A ciò va aggiunto un dettaglio essenziale: tu non ricordi DETTAGLI che ALTRI ti ricordano; c’è, come spesso càpita, uno scarto di sguardo: succede speesso di dire una frase, assumere una sfumatura di voce, rendersi colpevoli di disattenzioni o indelicatezze che a noi sfuggono, ma ad altri sono ben chiare. Quando passa la buriana e torniamo in noi, ecco che gli altri ci rinfacciano (perché anche quando è detto con pacatezza è quasi sempre un rinfacciare) queste minimew grandi mancanze, queste infedeltà a noi stessi (che forse non sono infedeltà, ma solo la prova che potremmo essere anche diversi, che in noi sopiscono altre maschere pronte ad emergere…) e noi stupiamo.
    Non mi pare di essere mai stato in questa situazione, ma sono un “rinfaccionne” e ho visto spesso i miei interlocutori smarriti. Non erano né smemorati di Tapiola (cito Paasilinna) né affetti da rimozione, ma persone che tendono ad agire soprapensiero, generalmente per frenesia, abituale o dettata da una situazione contingente.
    Concludo consigliandoti un meraviglioso racconto sul tema della rimozione:
    Yi Kyunyong “L’altra faccia di un ricordo oscuro”, tr. Maurizio Riotto, Giunti, Firenze 1993

    Un bacio. pa.

  2. Enrica ha detto:

    Hai ragione, sicuramente il “cambio di passo” ha influenzato tantissimo la mia vita negli ultimi anni. E inconsciamente forse è vero che non riesco a riconoscermi in quella che ero, e per questo motivo tendo a “cancellare”. E hai ragione anche sul fatto che le altre persone anche se non volontariamente e in maniera educata, tendono a sottolineare che le cose che ho dimenticato per loro sono state in qualche modo importanti, di conseguenza il mio modo di essere gli appare quanto meno poco rispettoso… Direi che la tua analisi può appagare la mia voglia di risposte, che completerò con il racconto che mi hai consigliato.
    Un bacio
    Enrica

I commenti sono chiusi.

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