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Alle armi.

25/10/2008 di NayaN

Quello che ancora riesce a farmi schifo nella disinformazione italiana, è come si riesca a strumentalizzare tutto in funzione di una politica che non ha più argomenti.
Basterebbe davvero poco per capire che il malcontento nasce dal basso, che le rivoluzioni nascono in seno ai poveri e non hanno mai la forza di svilupparsi come dovrebbero perchè i poveri non hanno i mezzi adatti. Perchè siamo tutti dei granelli di sabbia che si perdono nel vento del non-cambiamento, perchè ci lasciamo inglobare da un tessuto sociale in cui non c’è più niente ma che ha tutto quello che ci serve per lasciarci con gli occhi chiusi. E spesso nemmeno chi prende parte a queste fantastiche rivoluzioni riesce ad aprire gli occhi.
Circa quarant’anni fa qualcuno ha provato a sperimentare le proteste pacifiche, la forza della ragione, ma si è scontrato contro un muro che non ha lasciato altra scelta se non quella di passare alla violenza. Oggi ci ricordiamo soltanto di quella violenza senza pensare mai alle fondamenta da cui è nata, senza pensare alle motivazioni che hanno spinto quelle persone ad imbracciare le armi. Perchè da noi la parola non ha mai avuto abbastanza forza per spezzare i pregiudizi, abbastanza forza per cambiare veramente le cose. Quarant’anni fa, come oggi, quelle persone erano soltanto una minoranza della sinistra estrema che voleva sovvertire l’ordine pubblico, creato e mantenuto con tanta pazienza e buona volontà dai soliti noti, gli stessi di oggi. Quegli stessi soliti noti che ancora oggi tirano le fila di questo teatrino squallido e vuoto, questo teatrino sul cui palco si muovono sempre gli stessi attori, che dicono sempre le stesse battute, e che hanno come spettatori sempre gli stessi infelici, ai quali basta qualche settimana di sfogo pubblico per far sentire la propria voce e sentirsi vivi.
Che tristezza infinita.
Di seguito riporto un brano che avevo già inserito nel blog qualche tempo fa.

Aprile 1972
[…]È un fatto che la borghesia ha infilato diritta la strada della repressione violenta e sistematica delle lotte e che un generale spostamento a destra si è realizzato all’interno del quadro istituzionale. Le vicende di questi ultimi mesi lo dimostrano ampiamente e l’elezione di Leone coi voti palesi dei fascisti o le elezioni politiche anticipate preparate da un monocolore  che raccatta ogni genere di rifiuti fino a Pella e Gonella, sono solo gli episodi più appariscenti. Alla permanenza e all’intensificarsi della resistenza proletaria i padroni contrappongono un progetto strategico di riorganizzazione reazionaria e neofascista dello stato: il progetto di una grande destra nazionale. Siamo cioè di fronte ad uno stato « militarizzato » che non riuscendo più ad organizzare per via pacifica il consenso, si prepara ad imporlo con le armi. Siamo ancora alle prime battute, ma al di là delle contraddizioni tattiche con cui questo progetto deve fare i conti se ne intravedono ormai le linee fondamentali. La borghesia utilizza per questo suo progetto tutte le forze politiche disponibili sul mercato. Nessuno gli fa schifo, ne La Malfa, ne Ferri, ne Andreotti, ne Almirante. Sarebbe dunque un errore ricondurre la questione del neofascismo entro schemi preresistenziali. Oggi siamo di fronte ad un tentativo « nuovo » di costruire intorno alle esigenze dello stato imperialista una « base sociale » stabile. Il neofascismo in altre parole – almeno in questa fase – non mira tanto ad una liquidazione istituzionale dello « stato democratico », quanto alla repressione ferocissima del movimento delle lotte; non si manifesta come appariscente modifica istituzionale, ma come pratica quotidiana di governo. […] Tutti questi obiettivi hanno un elemento comune: la volontà di annientamento della sinistra rivoluzionaria e di neutralizzazione della sinistra istituzionale.
Opporsi a questo progetto non basta.
Ciò che noi sosteniamo è che questa opposizione deve avere un respiro strategico, deve cioè essere una opposizione armata.  La guerra contro il neofascismo è un momento della guerra rivoluzionaria di classe, è un passaggio obbligato del movimento di resistenza popolare nella sua lunga marcia per edificare un potere proletario e comunista. Come tutte le guerre essa va combattuta oltre che sul piano politico e ideologico anche e soprattutto sul piano militare.  Essa è cioè un fronte della lotta armata.
I proletari non hanno stato: lo subiscono!
Lo stato per chi lavora non è altro che l’organizzazione della violenza quotidiana. Per questo i proletari non intendono più chiedere autorizzazioni a nessuno per esercitare in modo diretto la loro infinita potenza; per amministrare questa potenza secondo i criteri della giustizia che nasce in mezzo al popolo. La guerra al neofascismo e allo stato imperialista è una conseguenza inevitabile della militarizzazione del regime che caratterizza questa fase dello scontro di classe nel nostro paese.
Essa non avrà tregua ne potrà cessare fino a che i fascisti non saranno annientati ed il vecchio apparato statale distrutto. C’è chi dice che con le elezioni si possono cambiare le cose, che la « rivoluzione » si può fare anche con la scheda elettorale. Noi non ci crediamo. L’esperienza già fatta dopo la guerra di liberazione partigiana non può essere nascosta. La conosciamo tutti: abbiamo consegnato il fucile e da quel momento ci hanno sparato addosso!  Quanti morti nelle piazze dal ‘45? Quale il nostro potere oggi? L’esperienza della lotta di classe nell’epoca dell’imperialismo ci insegna che la classe operaia e le masse lavoratrici non possono sconfiggere la borghesia armata senza la potenza dei fucili.[…]
Ma le forze rivoluzionarie devono, adesso, osare. Osare combattere. Combattere armati. Perché nessun nemico è mai stato abbattuto con la carta, con la penna o con la voce; e a nessun padrone è mai stato tolto il suo potere con il voto!
(Comunicato BR aprile 1972

Tralasciando i discorsi banali e qualunquisti su quanto poco sia cambiato il nostro paese negli ultimi 40 anni, la domanda che ognuno di noi dovrebbe farsi è: se veramente si vogliono cambiare le cose, è davvero sufficiente far sentire la propria voce in maniera pacifica? A malincuore io credo proprio di no.

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