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la guerra dei cristalli

01/09/2008 di NayaN

Tutti la temevano, si sentiva rispettata. Cos’era diventata? Era trascorso tanto, tanto tempo, eppure quei due buchi scuri da cui uscivano malinconia e crudeltà le avevano rubato l’anima, e non c’era stato ancora modo di ritrovarla. Quegli occhi, fessure socchiuse sulla luce del mondo, profondità che non aveva potuto esplorare, superfici sassose e piene di insidie su cui era inciampata tanto tempo fa. I passi frettolosi e costanti del ricordo le facevano compagnia da anni ormai; temeva che si sarebbe sentita tremendamente sola se un giorno non li avesse più sentiti, mai più sentiti. Quel rumore era lo stimolo che la aiutava a continuare a combattere. Era contro quei passi che combatteva, era sentendo quei passi che riusciva a tirare fuori tutta la sua rabbia. In fondo dentro di sè sapeva bene che quello era soltanto il ricordo di un’illusione, di una speranza inesistente che non si era mai accesa veramente, era soltanto il ricordo di una battaglia da cui era uscita devastata, forse la più cruenta che aveva mai combattuto, la prima battaglia di quella che sarebbe stata una lunga serie, ma questo lo divenne soltanto dopo. Eppure non riusciva a farne a meno. Negava. Non poteva accettare di aver perduto. Rimaneva appesa al ricordo di una sconfitta, e più ci pensava, più si sentiva sconfitta. E in quei pochi momenti di lucidità si sentiva un’idiota pensando a quando la sua mente riusciva a scapparle di mano e a prendersi gioco di lei così facilmente. Tutto già fatto. Alternative, cambiamenti, convinzioni, allontanamenti. Ma puntualmente tornava a cercare il rumore di quei passi, e quando non lo trovava, si convinceva che l’uomo che le camminava dietro sarebbe stato quello giusto per accarezzarle le orecchie, e fare in modo che quel rumore sordo non le facesse più così male. Ma i suoi occhi non erano scuri, non erano profondi, in quegli occhi non c’era nè malinconia, nè crudeltà. E lo uccise. Lo uccise come fece con tutti gli altri che avevano avuto l’ardire di mettersi sulla sua strada, quella strada che la portava dritta dritta al niente. Così ricominciò a cercare, magari dietro una macchina parcheggiata, o in uno spot in tivu, sempre all’erta, sempre con il fucile pronto a fare fuoco. Cosa avrebbe dato veramente per rivederli anche una sola volta, quegli occhi, e sentirsi ancora una volta idiota e insignificante? Per risentire una sola volta l’eco di quella risata quasi isterica, quasi soffocata dal pianto, priva di qualunque gioia sincera. Per rivedere quella bocca avida di emozioni, sempre socchiusa aspettando un sapore nuovo da poter poi mettere nel carniere delle prede. Per toccare ancora una volta quel corpo caldo e sinuoso dentro il quale riusciva a dimenticare tutto il resto.
Un giorno lui le aveva chiesto, cosa arriveresti a fare per me? E lei rispose, vorrei morire ora se sapessi che darei a te la mia vita. E con la crudeltà che soltanto chi sa di averti in pugno riesce ad avere, la baciò, ed il mondo si spense lentamente intorno a lei, per l’ennesima volta.
Ora nessuno si sarebbe più permesso di annullarla, ora tutti dovevano aver paura di lei.
Per un po’ si nascose dietro alla comprensione e alla pietà, dietro a quel voler apparire superiore a tutto e a tutti, ma nel suo io più profondo non c’era niente di tutto questo. C’era soltanto un gran senso di nulla da quando quegli occhi cattivi e bugiardi non c’erano più. Si sentiva sconfitta, da sè stessa e dalla sua incapacità di dimenticare. Così pensò che quella battaglia che lei aveva perso doveva essere soltanto la prima. Cominciò a combattere quella guerra infinita, facendo proseliti disposti a morire per lei, senza riuscire mai a portare in pari le perdite con i guadagni.
Ma poi un giorno si alzò, si guardò intorno cercando di non farsi abbagliare dal riverbero di quei cristalli spaccati in mille pezzi intorno a lei, e iniziò a pensare.
La guerra era ancora lunga, e i soldati avevano già imbracciato nuovamente le armi. Ora sarebbe bastato solo dar loro l’ordine di attaccare. Ma decise di pensarci bene prima di pronunciare quelle parole. Ne valeva davvero la pena? Altro sangue, altre vittime, altro dolore.
No, non ne valeva proprio la pena. Capì che era ora di smettere di combattere, e di fare la pace con sè stessa. Solamente così avrebbe potuto finalmente togliersi le mani dalle orecchie e camminare a testa alta tra i cristalli rotti senza aver più paura di ferirsi.

Un giorno così solitario, ed è mio. E’ un giorno a cui sono contenta di essere sopravvissuta.

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